In un contesto di crescente fermento sociale, la magistratura iraniana, attraverso le parole del capo Gholamhossein Ejei, traccia una linea di demarcazione tra il legittimo dissenso e l’incitamento alla destabilizzazione.
L’appello si rivolge a coloro che esprimono preoccupazione per le disuguaglianze economiche e le ingiustizie sociali, riconoscendo il valore della voce popolare come elemento di spinta al cambiamento.
Tuttavia, l’intervento si fa categorico nell’affrontare con risolutezza le dinamiche che mirano a strumentalizzare tale malcontento, alimentando rivolte e mettendo a repentaglio la stabilità nazionale.
La posizione assunta non si configura come una semplice repressione, bensì come una difesa attenta e vigile dell’ordine costituzionale.
La magistratura si riserva il diritto di distinguere tra chi, pur disilluso e frustrato, manifesta legittime rivendicazioni e chi, deliberatamente, agisce come catalizzatore di violenza e caos.
L’enfasi sulla “separazione” tra chi si è lasciato ingannare e chi incita apertamente alla sedizione suggerisce una volontà di offrire una via di redenzione a coloro che, guidati da false promesse o manipolati da forze esterne, si sono lasciati coinvolgere in attività destabilizzanti.
La severità annunciata nei confronti dei “sediziosi” e dei “rivoltosi” non è presentata come un atto di arbitrarietà, ma come l’applicazione rigorosa della legge, finalizzata a preservare l’integrità del Paese.
Si sottolinea l’impegno a perseguire, con la stessa determinazione, coloro che forniscono supporto logistico e infrastrutturale alle attività insurrezionali, riconoscendo la complessità delle reti che alimentano tali fenomeni.
Un elemento cruciale nell’affermazione di Ejei è la menzione del presunto coinvolgimento di potenze straniere, specificamente degli Stati Uniti e di Israele, come sostenitori delle proteste.
Questa accusa mira a delegittimare il movimento di protesta, presentandolo come un’operazione orchestrata dall’esterno, volta a destabilizzare l’Iran. La contestazione della possibilità di invocare l’ignoranza come scusa per il coinvolgimento in tali attività riflette una volontà di negare qualsiasi attenuante e di assumere una posizione di intransigenza.
In definitiva, l’intervento si configura come un tentativo di riaffermare l’autorità dello Stato, di scoraggiare l’escalation della violenza e di contrastare, con fermezza, qualsiasi tentativo di minare l’ordine costituito, attribuendo la responsabilità del dissenso a influenze esterne.





