Confisca da 6 milioni al clan Belforte: un impero di calcestruzzo crolla.

Un’operazione di rilevanza strategica della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) di Napoli ha portato alla confisca di beni per un valore complessivo di 6 milioni di euro, colpendo un imprenditore campano strettamente legato al clan dei Belforte, radicato nel territorio di Marcianise, in provincia di Caserta.

Il provvedimento, un duro colpo alle attività illecite del sodalizio camorristico, incide profondamente su un’attività economica apparentemente legittima: la produzione, la distribuzione e il trasporto di calcestruzzo, pilastro fondamentale per il settore delle costruzioni e, di conseguenza, per l’economia locale.

La confisca non si limita alla sola azienda principale, ma estende la sua portata a due quote societarie rilevanti, operanti rispettivamente nel settore immobiliare e nella lavorazione e commercializzazione del calcestruzzo, e a un ampio patrimonio immobiliare composto da 34 fabbricati e 2 terreni situati nella provincia di Caserta.

A ciò si aggiungono rapporti finanziari complessi, funzionali al riciclaggio di denaro sporco e all’occultamento della vera provenienza dei fondi.

Le indagini, protrattesi nel tempo e coordinate dalla DDA, hanno getto luce su un intricato sistema di estorsioni, strutturato attorno all’attività imprenditoriale.
Le rivelazioni di collaboratori di giustizia, fondamentali per la ricostruzione delle dinamiche criminali, hanno delineato un quadro allarmante: l’azienda del destinatario del provvedimento si configurava come un vero e proprio “hub” per la riscossione del pizzo.
Il meccanismo estorsivo si manifestava attraverso due modalità convergenti, ma complementari.

Da un lato, si ricorreva alla sovrafatturazione, gonfiando artificialmente i costi delle forniture per creare “denaro nero” da destinare al pagamento delle tangenti.

Questo sistema di distorsione dei prezzi non solo danneggiava le imprese “oneste”, ma permetteva di alimentare un flusso finanziario illecito difficile da tracciare.
Dall’altro, si organizzavano incontri segreti tra le vittime dell’estorsione e i membri del clan, configurando un vero e proprio “servizio di mediazione” camorristico, volto a garantire l’apparente regolarità dei pagamenti.
L’efficienza e la pervasività del sistema erano tali da generare una sorta di “de facto” servizio offerto agli imprenditori, che talvolta si rivolgevano spontaneamente all’imprenditore colluso, richiedendo l’indicazione dei referenti del clan da contattare per regolarizzare la propria posizione.

Questa dinamica, che denota un livello di fiducia e controllo da parte del clan, evidenzia la profonda infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia locale, con conseguenze devastanti per l’etica del lavoro e per la legalità.
L’operazione della Dia rappresenta quindi non solo una vittoria contro un singolo clan, ma anche un importante segnale per rafforzare la lotta alla corruzione e all’infiltrazione mafiosa nel tessuto economico del territorio.

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