La frattura del patto di cura: una crisi relazionale e strutturale nel sistema sanitario.
La relazione medico-paziente, intesa come spazio di incontro tra vulnerabilità e competenza, si sta rivelando sempre più fragile, segnata da un crescente fenomeno di aggressioni fisiche e verbali nei confronti del personale sanitario.
Questa escalation di violenza non è un mero problema di ordine pubblico, ma il sintomo acuto di una più profonda crisi relazionale e strutturale che investe l’intero sistema sanitario italiano.
Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30-35% degli operatori sanitari a livello globale ha subito almeno un episodio di violenza durante la propria carriera, un dato che ha visto un incremento esponenziale, in particolare in contesti come i pronto soccorso e i servizi psichiatrici, amplificato dalla recente pandemia.
In Italia, l’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie ha rilevato oltre 18.000 aggressioni segnalate nel 2024, coinvolgendo circa 22.000 professionisti.
Infermieri, medici e operatori socio-sanitari (OSS) rappresentano le categorie più esposte, con una prevalenza femminile superiore al 60%.
L’aggravarsi del fenomeno non si limita agli ambienti ospedalieri e ambulatoriali.
L’assistenza domiciliare, in particolare, si presenta come un contesto a rischio, dove l’isolamento dell’operatore, la mancanza di supporto immediato e la tensione emotiva all’interno delle famiglie possono esacerbare la vulnerabilità.
I dati regionali campani, ad esempio, evidenziano un aumento del 22% delle aggressioni nel 2025, un dato significativamente superiore alla media nazionale.
La Dottoressa Annamaria Ascione, psicologa, psicoterapeuta e membro di importanti associazioni scientifiche, sottolinea come questa escalation di violenza segni la rottura di un patto originario, un accordo tacito tra paziente e curante basato sulla fiducia reciproca e sulla speranza di guarigione.
Il ruolo del curante, tradizionalmente percepito come figura quasi parentale e salvifica, si trova a essere messo in discussione da un clima di diffidenza sistemica e da un crescente burnout tra i professionisti.
Questa crisi non è solo un problema di risorse umane o di sicurezza, ma una profonda questione di umanizzazione della cura.
La soggettività del curante, la sua capacità di riconoscere e connettersi emotivamente con il paziente, è un elemento terapeutico fondamentale che va oltre i protocolli e le procedure.
La fiducia non si costruisce con i manuali, ma attraverso la presenza autentica e l’empatia.
Quando il curante viene ridotto a una funzione, quando la sua umanità viene negata, si creano le condizioni per l’insorgere di ansia, burnout e altre problematiche che minano la salute dei professionisti stessi.
Per affrontare questa sfida, la Dottoressa Ascione propone un approccio multiforme, basato su interventi a livello formativo, clinico e culturale.
* Formazione integrata: Inserire nei curricula universitari moduli obbligatori su comunicazione efficace, gestione delle emozioni e psicodinamica della relazione terapeutica, promuovendo una maggiore consapevolezza dei meccanismi relazionali e delle dinamiche di potere.
* Supervisione clinica: Istituire percorsi di supervisione psicologica continua per il personale sanitario, offrendo uno spazio sicuro per la condivisione di esperienze, la riflessione critica e lo sviluppo di strategie di coping.* Medicina narrativa: Promuovere l’uso della medicina narrativa come strumento per favorire la simbolizzazione, l’espressione emotiva e la comprensione reciproca tra paziente e curante.
* Protocolli di supporto post-aggressione: Implementare protocolli di debriefing emotivo per il personale sanitario colpito da aggressioni, offrendo un sostegno immediato e mirato.
* Campagne di sensibilizzazione: Realizzare campagne di sensibilizzazione rivolte all’utenza, promuovendo il rispetto, l’empatia e la comprensione del ruolo del personale sanitario.
Riconquistare la fiducia nel patto di cura richiede un impegno collettivo, un cambio di paradigma che metta al centro l’umanità del curante e la sacralità della relazione terapeutica.
Solo così sarà possibile ricostruire un sistema sanitario più resiliente, equo e attento al benessere di tutti.

