La Fondazione Banco Napoli ospita “Remare”, una mostra monografica dedicata all’artista campano Antonello Tagliafierro, inserita nel contesto più ampio della rassegna Entrée, curata da Carla Viparelli.
L’esposizione, aperta al pubblico fino al 20 marzo, offre uno sguardo approfondito sul percorso creativo di Tagliafierro attraverso ventinove opere pittoriche realizzate tra il 1991 e il 2022.
Più che una retrospettiva, “Remare” si configura come un’indagine sulla genesi del linguaggio visivo di un artista che, in trent’anni di ricerca, ha saputo distillare una poetica inedita.
Le opere presentate rivelano un’evoluzione costante, partendo da omaggi a figure cardine della storia dell’arte italiana, Giotto e Simone Martini, per giungere a una fase matura dove la scrittura – intesa non come comunicazione esplicita, ma come gesto primario – diviene elemento strutturale e concettuale dominante.
Tagliafierro non dipinge immagini riconoscibili; piuttosto, costruisce paesaggi di segni, labirinti di tracciature che interrogano la natura stessa del linguaggio e della rappresentazione.
Carla Viparelli, curatrice dell’esposizione, rievoca un incontro cruciale agli inizi della sua carriera, durante l’Expo di Bari alla fine degli anni Ottanta, dove ebbe modo di ammirare “Have you seen my shoes”, un’opera che anticipa i temi centrali della sua ricerca.
Quel dipinto, apparentemente un semplice ritratto di scarpe da ginnastica, rivela la profonda capacità di Tagliafierro di scomporre la realtà in un flusso dinamico di pennellate, un’indagine sulla funzione motrice dell’oggetto e, metaforicamente, sul processo creativo stesso.
La scrittura, per Tagliafierro, non è una narrazione convenzionale; è un atto performativo, un’esplorazione del potenziale espressivo del segno puro.
Come sottolinea lo storico dell’arte Luca Palermo, questi “di-segni” sulla tela si manifestano come presenza tangibile, un’affermazione dell’atto stesso di creare, un’analogia tra il linguaggio artistico e la poesia, capace di trascendere i limiti del significato letterale, di evocare l’indicibile.
L’opera di Tagliafierro, quindi, non si limita a rappresentare; essa *è* un processo, un gesto che si auto-documenta, un’indagine sulla natura del linguaggio visivo che rifugge la definizione univoca, abbracciando l’ambiguità e la suggestione.
La mostra “Remare” invita lo spettatore a immergersi in questo universo di segni, a lasciarsi guidare dall’istinto e a decifrare le molteplici chiavi di lettura che si celano dietro l’apparente casualità delle tracciature.
È un invito a riscoprire la potenza evocativa del segno, liberato dalle convenzioni e aperto a infinite interpretazioni.

