Il Teatro Sannazaro di Napoli, sotto l’egida dell’Associazione Alessandro Scarlatti presieduta da Oreste de Divitiis, ospita un concerto di profondo significato emotivo e musicale, interpretato dal Quartetto Noûs.
L’ensemble, formatosi nel 2011 e già riconosciuto con prestigiosi premi come il Farulli e l’Arthur Rubinstein, si presenta come un punto di riferimento nel panorama cameristico contemporaneo, distinguendosi per la sua capacità di coniugare virtuosismo esecutivo, raffinatezza interpretativa e un’instancabile ricerca musicale che abbraccia autori del passato e del presente.
Il gruppo, composto da Sofia Manvati (violino), Alberto Franchin (violino), Sara Dambruoso (viola) e Riccardo Baldizzi (violoncello), si propone di illuminare le affinità nascoste tra due giganti della musica occidentale, Beethoven e Šostakovič.
Tommaso Rossi, direttore artistico dell’Associazione Scarlatti, sottolinea come il Quartetto Noûs rappresenti un’esperienza musicale completa, capace di trascendere la semplice esecuzione tecnica per rivelare la profondità emotiva e intellettuale delle opere.
La scelta del repertorio non è casuale: il concerto si apre con il “Quartetto per archi n. 10 op.
118″ di Šostakovič, composizione del 1964 che costituisce un raro esempio di introspezione musicale non vincolata dalle restrizioni imposte dal regime sovietico.
In questo spazio intimo, Šostakovič libera un flusso di emozioni e riflessioni, un linguaggio sottilmente ironico e dissenziente, che trova espressione in una scrittura cameristica di straordinaria intensità.
L’esplorazione musicale prosegue con due dei lavori più rivoluzionari di Beethoven: il “Quartetto per archi n. 13 op.
130″ e la “Grande Fuga op.
133″, entrambi del 1825.
Questi quartetti segnano un punto di rottura con la tradizione classica, introducendo elementi di sperimentazione e improvvisazione che anticipano la musica del XX secolo.
La “Grande Fuga”, in particolare, è un’opera di straordinaria complessità e ambiguità, che sfida le convenzioni formali e apre nuove prospettive interpretative.
Il concerto si configura quindi come un dialogo a distanza tra due compositori di epoche diverse, uniti da una comune ricerca di verità e di libertà espressiva.
Entrambi, attraverso la scrittura per quartetto d’archi, hanno trovato uno spazio privilegiato per indagare le proprie angosce esistenziali, per esprimere il proprio dissenso, per sperimentare nuove forme di linguaggio.
L’incontro tra il Beethoven visionario e la voce inquieta di Šostakovič si rivela non solo un evento musicale di grande valore, ma anche un’occasione per riflettere sulla condizione umana, sulla difficoltà di trovare un senso in un mondo tormentato, sulla potenza della musica come strumento di resistenza e di speranza.
Il concerto, in definitiva, illumina le connessioni profonde che legano la grandezza artistica alla capacità di interrogare il reale con coraggio e onestà intellettuale.








