Pompei, la città che non morì: nuova luce su una rioccupazione secolare.

Dopo la catastrofica eruzione del Vesuvio nel 79 d.
C.
, Pompei non rimase una città morta e sepolta.

L’idea di un abbandono definitivo si rivela, ora, un’illusione storica.
Un’analisi approfondita, frutto di recenti scavi di consolidamento e restauro dell’Insula Meridionalis, ha portato alla luce una realtà finora marginalizzata: il ritorno di una popolazione, fragile e resiliente, tra le rovine.

Questi individui, probabilmente sopravvissuti privi delle risorse per ricostruire altrove, forse coadiuvati da migranti in cerca di fortuna e recupero di oggetti di valore, tentarono di reimpropriarsi lo spazio devastato.
La situazione che ne scaturì fu tutt’altro che ordinata o pianificata.
Si trattò di un’esistenza precaria, un’occupazione irregolare che persistette per secoli, fino al V secolo d.

C.

Le iscrizioni rinvenute in altre località campane, con nomi pompeiani, suggeriscono l’esistenza di legami tra i superstiti e la loro terra natia, ma anche la difficoltà di una completa ripartenza.

Il ritorno a Pompei fu, per molti, una scelta di necessità più che di volontà.
La rioccupazione comportò una radicale trasformazione dell’ambiente urbano.
I piani superiori degli edifici, ancora parzialmente visibili tra le ceneri, divennero abitazioni, mentre il pianterreno, un tempo cuore pulsante della vita domestica, si convertì in scantinati, in grotta, uno spazio adattato per l’allestimento di focolari, forni e mulini, essenziali per una sussistenza rudimentale.

Lungi dall’essere un ritorno alla città gloriosa di prima, questa Pompei post-eruzione assunse i caratteri di un agglomerato disordinato e provvisorio.

Mancavano le infrastrutture tipiche di una città romana, i servizi essenziali, il senso di comunità e la sicurezza che avevano contraddistinto la Pompei precedente.

Era un insediamento marginale, una sorta di “favela” tra le vestigia di un passato sfarzoso.
La persistenza di questa comunità, per quasi quattro secoli, suggerisce una combinazione di fattori: la fertilità del terreno vulcanico, la speranza di recuperare oggetti di valore, la necessità di un luogo sicuro, forse, anche l’illusione di una possibile ricostruzione.

Tuttavia, un’altra, più violenta, eruzione – quella di Pollena – potrebbe aver segnato il definitivo abbandono del sito, suggellando un destino già segnato.
I recenti scavi hanno portato alla luce un quadro più completo e articolato, svelando una Pompei “invisibile”, una città dimenticata dalla storia ufficiale.
“L’episodio della distruzione ha monopolizzato la memoria”, commenta Gabriel Zuchtriegel, direttore del sito e co-autore dello studio.

“Le tracce di questa rioccupazione sono state spesso ignorate o cancellate, privandoci di informazioni cruciali”.

L’archeologia, in questo contesto, si configura come una disciplina delicata e complessa, simile al lavoro di uno psicologo che cerca di ricostruire frammenti di memoria sepolti.
Ogni ritrovamento, ogni traccia di presenza umana, contribuisce a restituire alla luce una realtà complessa e sfaccettata, arricchendo la nostra comprensione della storia di Pompei e della resilienza umana di fronte alle avversità.
Questo lavoro ci ricorda che la storia non è sempre quella raccontata nei libri, ma è spesso nascosta nei dettagli, nelle pieghe del tempo, nelle tracce di una vita fragile e tenace.

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