L’aula del Consiglio regionale della Campania accolse Roberto Fico in un silenzio denso di attesa.
La sua figura, solitaria, occupò il lungo tavolo riservato alla giunta, un’entità ancora in divenire, un embrione di governance pronto a prendere forma.
L’immagine era emblematica di una fase transitoria, di un vuoto di potere da riempire con scelte cruciali.
Preceduta da una breve consultazione nella sala multimediale del Consiglio, la presenza di Fico, figura di spicco del Movimento 5 Stelle, evocava una riorganizzazione imminente, un processo di ridefinizione delle dinamiche politiche regionali.
L’uscita dalla sala multimediale non fu seguita da una folla esultante, ma da un saluto misurato al gruppo del M5S, atteso all’esterno, e a Marco Sarracino, esponente del Partito Democratico, testimoni silenziosi di un’operazione complessa.
L’atto successivo, l’assunzione del posto riservato al Presidente della Regione, accentuò la natura provvisoria della situazione.
Le sedie intorno, destinate agli assessori, restavano vuote, simboli tangibili delle decisioni ancora da prendere, degli equilibri da ricercare.
Quel banco, solitamente teatro di dibattiti accesi e di decisioni che impattano sulla vita di milioni di cittadini, si presentava come una tela bianca, pronta ad accogliere i volti e le idee che ne avrebbero definito l’impronta.
L’atmosfera rifletteva più di una semplice fase di transizione amministrativa.
Era il preludio a un nuovo capitolo per la Campania, un momento in cui le forze politiche si misuravano, negoziavano e cercavano di delineare una visione comune per il futuro.
La presenza di Fico, con la sua solitaria figura al centro dell’aula, incarnava l’incertezza e la speranza di un cambiamento, un punto di partenza per una nuova era politica.
Il silenzio dell’aula, interrotto solo dal suo movimento, era carico di aspettative e di promesse non ancora mantenute.
Era un momento di riflessione, un punto di bilancio tra passato e futuro, tra le ambizioni e le difficoltà che attendono la Regione.






