La recente decisione del sindaco di Catania, Enrico Trantino, di concedere il prestigioso Palazzo della Cultura come sede istituzionale per la presentazione del libro di Maurice Bardèche dedicato a Louis-Ferdinand Céline, ha scatenato un’ondata di sconcerto e indignazione, sollevando questioni cruciali riguardanti la responsabilità istituzionale, la memoria storica e i confini del dibattito culturale.
La presenza, oltre che dell’autore, di Andrea Lombardi, figura di spicco del movimento Casapound, ha amplificato la gravità dell’evento, suscitando l’intervento del deputato regionale Ismaele La Vardera, che ha sollecitato un intervento formale da parte della leadership di Fratelli d’Italia.
L’iniziativa, originariamente prevista per il 29 novembre, è stata successivamente rimandata dagli organizzatori, forse nel tentativo di arginare il rischio di trasformare un evento culturale in un terreno di scontro ideologico.
La reazione politica è stata immediata e veemente: sia il Movimento 5 Stelle che il Partito Democratico hanno definito l’iniziativa inaccettabile, sottolineando come il Palazzo della Cultura non possa essere strumentalizzato per legittimare narrazioni che si discostano dai principi democratici e costituzionali.
L’utilizzo del logo comunale e la concessione del patrocinio, in particolare, appaiono come una palese violazione della funzione stessa dell’istituzione culturale, che dovrebbe garantire un accesso plurale e critico al sapere.
La figura di Maurice Bardèche, noto per le sue posizioni negazioniste sull’Olocausto, aggiunge un ulteriore livello di complessità alla vicenda.
La sua opera, presentata come analisi letteraria, rischia di riaprire ferite storiche e di offrire una piattaforma a teorie revisioniste che tentano di sminuire o negare l’orrore della Shoah.
La legittimazione di tali posizioni, anche sotto il velo della libertà di espressione, pone seri interrogativi sulla responsabilità delle istituzioni pubbliche nel preservare la memoria e nell’educare le nuove generazioni.
Il sindaco Trantino, nel tentativo di disinnescare la polemica, ha dichiarato la sua assenza all’evento, adducendo impegni pregressi, e ha difeso la libertà di interpretazione letteraria, invitando i critici a confrontarsi direttamente con l’opera di Céline.
Ha inoltre minimizzato le critiche rivolte agli oratori invitati, definendole ridicole.
La concessione di patrocinio ad altri eventi, come la presentazione del libro di Francesca Albanese, è stata avanzata come esempio di apertura culturale.
Tuttavia, la sua difesa appare fragile e non riesce a dissipare il dubbio che la decisione sia stata presa con leggerezza, ignorando le implicazioni etiche e storiche della vicenda.
La difesa del sindaco, inoltre, evidenzia una pericolosa equiparazione tra libertà di espressione e diritto di negare o revisionare fatti storici accertati.
La vicenda solleva, in definitiva, una questione fondamentale: qual è il ruolo delle istituzioni culturali nella difesa della memoria collettiva e nella promozione di un dibattito pubblico responsabile e inclusivo? La gestione di questa polemica da parte del sindaco di Catania rischia di compromettere l’immagine della città e di minare la credibilità delle istituzioni culturali, aprendo la strada a un pericoloso relativismo storico che nega la centralità della memoria e della responsabilità individuale.
L’episodio pone, infine, una sfida cruciale per la politica locale e nazionale: come bilanciare il principio della libertà di espressione con il dovere di preservare la memoria storica e di promuovere i valori democratici.

