Mafia: Ecosistemi Criminali, Stratificazioni e Nuove Sfide

L’organizzazione criminale, lungi dall’essere un monolite omogeneo, si rivela un ecosistema complesso e stratificato, caratterizzato da una marcata disparità socio-economica tra i suoi membri.

La tradizionale dicotomia tra “mafia dei poveri” e “mafia dei ricchi” non rende giustizia alla sua intrinseca stratificazione, ma serve a delineare due livelli operativi profondamente diversi, seppur interconnessi.
La “mafia di base”, costituita da figure operative e spacciatori di strada, è l’anello più visibile e quello che subisce maggiormente l’azione repressiva delle forze dell’ordine.
Tuttavia, la sua attività, incentrata su estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti e micro-criminalità, rappresenta solo la punta dell’iceberg.
L’aumento dei procedimenti per estorsione aggravata dal metodo mafioso, passato da una trentina a settantotto in un solo anno, testimonia una crescente pressione su questa fascia operativa, ma non ne diminuisce la pericolosità.
La violenza, pur non manifestandosi con la stessa brutalità del passato, rimane un elemento costante, espressa attraverso pestaggi, intimidazioni e sparatorie, che minano la sicurezza dei cittadini e la tenuta del tessuto sociale.

Parallelamente, prospera una “mafia imprenditoriale”, un’entità finanziaria di proporzioni considerevoli, che si nutre di capitali illeciti accumulati nel corso dei decenni.

Questi fondi, originariamente derivanti da attività criminali come il traffico di droga e l’estorsione, sono stati abilmente “ripuliti” e reinvestiti in settori legali, infiltrando appalti pubblici e privatizzazioni.
L’organizzazione, così, consolida il suo potere economico, estendendo la sua influenza su una vasta gamma di attività commerciali e finanziarie, al punto da controllare, di fatto, interi comparti economici.
La capacità di “digerire” tali capitali, trasformando il denaro sporco in ricchezza apparentemente pulita, è una delle chiavi del suo successo e della sua longevità.

Un aspetto allarmante è la progressiva digitalizzazione delle attività criminali.
Mentre la “grande mafia” si astiene dall’utilizzo dei social media per evitare di attirare l’attenzione delle autorità, la criminalità di strada li sfrutta per fini intimidatori e propagandistici.
Questo permette alla criminalità di raggiungere un pubblico più vasto e di esercitare pressione sui propri obiettivi.

La penetrazione dei dispositivi tecnologici all’interno degli istituti penitenziari rappresenta una sfida ancora più grave.

L’illusione che la detenzione privi i detenuti della capacità di nuocere alla società si rivela fallace, poiché la comunicazione e il coordinamento delle attività criminali continuano a svolgersi in piena libertà, grazie alla diffusione incontrollata di telefoni cellulari, spesso introdotti attraverso droni o con la complicità di personale corrotto.
La questione, pur essendo oggetto di discussione da anni, non ha visto l’adozione di misure concrete ed efficaci, sollevando interrogativi sulle motivazioni di questa resistenza e sulla responsabilità di coloro che dovrebbero garantire la sicurezza pubblica.
Un sistema di isolamento tecnologico efficiente, capace di neutralizzare l’uso dei dispositivi illegali, è un imperativo urgente, un investimento nella sicurezza dei cittadini e nella credibilità dello Stato.

È urgente che i cittadini chiedano conto a chi ha la responsabilità di affrontare questa emergenza con determinazione e competenza.

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