L’atroce perdita di Paolo Taormina, eco di un’esecuzione antica quanto la storia dell’umanità, quella di Gesù di Nazareth, deve costituire una cesura, un punto di rottura necessario per una profonda rielaborazione del tessuto sociale che ci abita.
La sua esistenza, spezzata in modo così improvviso, si configuri come seme di speranza, come principio vitale per la rigenerazione delle nostre città, troppo spesso soffocate da logiche distruttive.
Questo appello, portato avanti con rinnovata urgenza dagli arcivescovi Corrado Lorefice e Gualtiero Isacchi, non è una mera reazione al dolore, ma una presa di coscienza impellente.
La violenza giovanile, che si manifesta in atti di inaudita brutalità, non è un evento isolato, bensì la conseguenza di un malessere strutturale che affligge la nostra società.
Dietro ogni vita spezzata si celano due famiglie distrutte, due comunità lacerate, un intero collettivo avvolto in un senso di smarrimento e rabbia impotente.
Il lutto non può rimanere una sterile commozione; deve trasformarsi in un’indagine critica e coraggiosa sulle cause profonde che generano questa spirale di violenza.
Non possiamo sottrarci alla responsabilità di interrogarci sul fallimento educativo che ha portato un giovane a privare di vita un altro giovane.
Un fallimento che non riguarda una sola famiglia, ma l’intera comunità, la scuola, i media, la cultura, la società nel suo complesso.
La Chiesa, in particolare, si interroga sul proprio ruolo, riconoscendo la propria fragilità e la propria inadeguatezza di fronte a una realtà così drammatica.
Non offre risposte preconfezionate, ma si impegna a porre domande scomode, a scardinare le certezze, a guardare in faccia il disagio giovanile.
Per affrontare questo problema, è imprescindibile rivolgersi a chi vive ai margini, agli “scarti” sociali generati da un sistema economico e culturale che privilegia il profitto, il consumo sfrenato e l’affermazione del potere attraverso la forza.
È necessario creare opportunità di crescita e di inclusione per coloro che si sentono esclusi e abbandonati.
Ignorare questa realtà significa perpetuare le disuguaglianze, alimentare l’ingiustizia e favorire la proliferazione di sottoculture violente e di organizzazioni criminali che si nutrono del disagio e della vulnerabilità dei giovani.
Rischiamo, paradossalmente, di diventare complici inconsapevoli di queste dinamiche perverse, di legittimare un ordine sociale che genera esclusione e sofferenza.
L’incontro pubblico che si terrà sabato prossimo, dedicato alla memoria di Paolo e di tutte le vittime di violenza, rappresenta un momento di riflessione e di impegno.
È un invito a rompere il silenzio, a denunciare l’ingiustizia, a costruire insieme un futuro di pace e di solidarietà.
Un futuro in cui ogni giovane possa sentirsi accolto, valorizzato e protetto.
Un futuro in cui la vita umana, in ogni sua espressione, sia considerata sacra e inviolabile.







