Ponte Messina-Reggio: scoperta storica, il PCI lo sosteneva negli anni ’60

Nel corso del dibattito che ancora oggi anima il Mezzogiorno, una scoperta storica inattesa getta nuova luce sulle origini del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.
Un’indagine approfondita condotta dall’Università di Messina, guidata dal ricercatore Domenico Mazza, ha riportato alla luce documenti che rivelano un sostegno inatteso all’opera infrastrutturale da parte del Partito Comunista Italiano (PCI) ben più di mezzo secolo fa.
La presentazione di una proposta di legge urgente, risalente al 1965, firmata da Luigi Longo, figura di spicco del PCI, è stata consegnata durante una recente manifestazione organizzata dai movimenti “No Ponte”, alla presenza di rappresentanti del Partito Democratico, della CGIL e di Rifondazione Comunista, in un gesto simbolico volto a contestualizzare le posizioni attuali.

La proposta di legge, come emerge dai resoconti ufficiali del Parlamento dell’epoca, testimonia una visione strategica allora condivisa, che vedeva nel collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria un elemento cruciale per lo sviluppo economico e sociale della regione.

L’analisi storica di Mazza si avvale anche delle ricerche dello storico Salvatore Pantano, che conferma l’orientamento favorevole del PCI siciliano e, in particolare, del circolo messinese, verso la realizzazione del collegamento, che poteva assumere la forma di un ponte o di un tunnel.
Il supporto del PCI al progetto andava di pari passo con un’approfondita visione infrastrutturale che comprendeva la Raffineria di Milazzo, il Traforo dei Peloritani e altre opere ritenute fondamentali per la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo industriale del territorio.
Tuttavia, già negli anni ’70, si verificarono dei ripensamenti, soprattutto in relazione all’impatto della Raffineria di Milazzo, come testimoniato da una relazione del 1969 del segretario della CGIL messinese e deputato Alfredo Bisignani, che la definì un “grave errore”.
Sul Ponte sullo Stretto, invece, permane una posizione cautamente favorevole fino alla fine degli anni ’80.

Questa scoperta storica, pur richiedendo un’attenta contestualizzazione nel panorama politico ed economico del periodo, rivela un aspetto spesso trascurato del dibattito contemporaneo: un’evoluzione storica delle posizioni politiche e una complessità delle motivazioni che hanno spinto, in passato, a sostenere un’opera così controversa.

Il contributo di Domenico Mazza sottolinea l’importanza di non cancellare la memoria storica, ma di interpretarla criticamente, per comprendere le radici del presente e affrontare con consapevolezza le sfide del futuro, evitando semplificazioni che rischiano di offuscare la complessità del contesto territoriale e sociale.
La riscoperta di questa pagina storica invita a riflettere sulla natura mutevole delle ideologie e sulla necessità di un approccio multidisciplinare nell’analisi delle opere infrastrutturali, considerando non solo i benefici economici, ma anche le implicazioni ambientali, sociali e culturali a lungo termine.

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