## Rosario Livatino: Un Testimone di Giustizia e Fede nell’Anima della RepubblicaLa figura di Rosario Livatino, magistrato agrigentino assassinato dalla mafia il 19 settembre 1990, incarna un profondo contrasto: la rigorosa applicazione della legge accostata a una fede incrollabile e a un’umanità palpabile.
La sua elevazione agli onori degli altari, avvenuta il 9 maggio 2021, non è un mero atto religioso, ma una pietra miliare nella storia della magistratura italiana e un monito per la coscienza civile.
Il riconoscimento, sancito dalle autorità vaticane, sottolinea la natura sacrilega del delitto, perpetrato non solo per eliminare un ostacolo alla criminalità organizzata, ma anche in odio alla fede professata dal giudice.
Il trentacinquesimo anniversario della sua morte ha visto convergere voci istituzionali che ne celebrano l’eredità.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha definito Livatino un autentico testimone dei valori repubblicani, invitando a coltivare la sua memoria come stimolo all’impegno per istituzioni al servizio della dignità umana e contro ogni forma di criminalità.
La Premier Meloni ha riconosciuto il suo coraggio, definendolo un eroe che ha anteposto legalità e giustizia alla propria vita, evidenziando l’impegno costante del governo nella lotta alla mafia.
Carlo Nordio, Ministro della Giustizia, ha espresso ammirazione per l’esempio di Livatino, definendolo “eroe e santo”, quasi irraggiungibile.
Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, ha sottolineato la sua giustizia, mentre Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha evidenziato come il suo ricordo sia un costante appello all’azione contro ogni forma di mafia.
La scelta del 9 maggio per la beatificazione non è casuale.
Ricorda l’anatema lanciato da Giovanni Paolo II nel 1993, nella Valle dei Templi, un monito rivolto ai mafiosi: “Convertitevi! Il giudizio di Dio verrà!”.
Quando Livatino fu ucciso, a soli 38 anni, era un uomo relativamente sconosciuto, dedito al lavoro nel Tribunale di Agrigento, un burattinaio di fascicoli polverosi, specializzato in sequestri e confische di beni mafiosi.
Questa dedizione lo condannò a morte.
I sicari, quattro dei quali condannati all’ergastolo, lo attesero lungo la strada che ogni mattina percorreva dalla sua casa di Canicattì al tribunale.
La sua scelta di rifiutare la scorta, unita alla sua supplica di salvezza, rese il gesto finale dei suoi aguzzini ancora più crudele.
La causa di beatificazione fu avviata non solo per la sua dedizione alla giustizia, ma soprattutto per la coerenza tra il suo impegno professionale e la sua fede, derisa dai mafiosi con il termine dispregiativo di “santocchio”.
Il decreto sul martirio sottolinea come Livatino fosse percepito dai suoi persecutori come un uomo inavvicinabile, impermeabile a tentativi di corruzione, proprio a causa della sua profonda fede cattolica.
Le testimonianze, inclusa quella del mandante dell’omicidio, e i documenti processuali rivelano che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente motivata da un “odium fidei”, un odio verso la fede, tanto da pianificare inizialmente l’agguato davanti alla chiesa dove Livatino partecipava quotidianamente alla visita al Santissimo Sacramento.
Livatino ha lasciato un’impronta di attualità che va oltre la sua tragica vicenda personale, toccando temi cruciali come il rapporto tra magistratura e politica.
Nel 1984, durante un convegno sul ruolo del giudice, espresse un pensiero audace e profetico: i giudici dovrebbero evitare di partecipare alle competizioni elettorali o, in caso contrario, dovrebbero prendere una decisione irrevocabile, rinunciando definitivamente alla carriera giudiziaria per perseguire un impegno politico.
Questo pensiero, radicato in una profonda consapevolezza dell’indipendenza e dell’imparzialità della magistratura, risuona con particolare forza nel contesto attuale, segnato da crescenti pressioni e tentativi di strumentalizzazione della giustizia.
La sua figura, dunque, non è solo un esempio di eroismo e fede, ma anche un monito per la salvaguardia dei principi fondanti dello Stato di diritto e della coscienza civile.

