Trent’anni.
Tre decenni da un orrore che non dovrebbe incassare la patina del tempo, un evento che dovrebbe scuotere le fondamenta di una coscienza collettiva ancora troppo accomodante.
Non mi precludo la possibilità di una riflessione pudica, né intendo offendere con accuse generiche.
Sono qui per scostare la nebbia dell’omissione, per illuminare le zone d’ombra che ancora avvolgono la tragica vicenda di Giuseppe Di Matteo.
È accertato, non si tratta di congetture o supposizioni, che la decisione di compiere l’attentato di Capaci maturò proprio tra quelle mura, nella casa di Santino Di Matteo.
Un atto efferato, premeditato, che squarciò il tessuto sociale di questa terra.
Ma la gravità non risiede solo nell’esecuzione di quell’omicidio.
La gravità è rappresentata dalla rete complessa, intricata, che protette gli esecutori, una rete che permise loro di agire indisturbati, godendo di una sorta di immunità.
E qui emerge una verità scomoda: molti, molti di coloro che avrebbero dovuto opporsi, che avrebbero dovuto denunciare, sono rimasti ai margini, silenti, talvolta complici, talvolta semplici spettatori indifferenti.
Santino Di Matteo, pur nel suo ruolo criminale, fu un elemento marginale rispetto a dinamiche molto più ampie e radicate.
La storia di Giuseppe Di Matteo, un bambino strappato alla vita con una brutalità inaudita, è un monito.
È un monito perché, paradossalmente, la mafia ha perso proprio grazie a lui.
La sua famiglia, la madre e il fratello Nicola, hanno scelto una strada di giustizia, una barricata che separa il bene dal male, una scelta che ha compromesso le strategie mafiose.
Oggi, guardo i volti di coloro che sono qui presenti e mi chiedo: siamo veramente tutti animati dallo stesso spirito? Siamo consapevoli del peso della nostra responsabilità? È possibile che, nella quotidianità, qualcuno di noi, in modo più o meno consapevole, continui a sostenere, anche solo tacitamente, Cosa nostra? Se così fosse, dovremmo provare un profondo senso di vergogna per aver osato partecipare a questa commemorazione.
Giuseppe fu portato in quel luogo con la menzogna che la sua famiglia lo avesse abbandonato.
Fu costretto a scrivere una lettera al nonno, un atto di umiliazione prima di una morte atroce.
Fu sciolto nell’acido, un gesto di ferocia che incide sulla dignità umana.
Come si può tollerare la presenza di coloro che fingono di partecipare a questo momento di memoria? Come si può accettare una retorica vuota, priva di contenuti? Sono qui per dire la verità, una verità che risuona forte in questo territorio martoriato.
La recente implicazione di famiglie di Camporeale, un focolaio di criminalità, in nuove indagini, non è un caso.
È il segno tangibile di una realtà inaccettabile: Cosa nostra è ancora viva, radicata, capace di rigenerarsi.
Dobbiamo ribellarci, non con slogan e proclami, ma con azioni concrete, con scelte coraggiose, con una rinnovata determinazione a spezzare le catene dell’omertà.
Dobbiamo onorare la memoria di Giuseppe Di Matteo non con parole, ma con un impegno costante a costruire una società più giusta, più libera, più umana.
Solo così potremo dire di aver veramente fatto la differenza.

