L’Italia si trova di fronte a una drammatica e persistente emergenza: la sicurezza sul lavoro.
Un problema che, lungi dall’essere risolto, si aggrava sotto il peso di politiche legislative inadeguate e di pratiche commerciali che favoriscono l’illegalità e l’elusione.
Le parole del segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, pronunciate a Palermo, denunciano una situazione allarmante, un quadro desolante che proietta il nostro paese ai margini del panorama industriale internazionale.
Il rischio mortale che incombe sui lavoratori italiani non è un semplice dato statistico, ma una ferita aperta nel tessuto sociale ed economico della nazione.
I numeri sono impietosi: il tasso di mortalità sul lavoro in Italia supera di gran lunga le medie degli altri paesi industrializzati, un dato che evidenzia una profonda lacuna nella protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Si tratta di un’eredità pesante, un fardello che ci riporta indietro di cinquant’anni, un’epoca in cui la tutela della vita umana in ambito lavorativo era, per usare un eufemismo, insufficiente.
La radice del problema è complessa e multifattoriale.
Non si tratta di una semplice mancanza di controlli o di una sottovalutazione dei rischi.
Al cuore della questione risiede un sistema che, attraverso leggi permissive e controlli inefficaci, incentiva l’economia sommersa e la diffusione di forme di lavoro precarie e non regolamentate.
L’abuso dei subappalti, in particolare, rappresenta una delle principali cause di questa spirale di degrado.
Le aziende, alla ricerca di riduzione dei costi e di maggiore flessibilità, esternalizzano attività pericolose e poco qualificate a imprese subappaltatrici spesso operanti in condizioni di illegalità, con personale non adeguatamente formato e con scarso rispetto delle normative di sicurezza.
Le cosiddette “finte cooperative” costituiscono un’altra piaga, un meccanismo perverso che permette di eludere gli obblighi contrattuali e di sicurezza, sfruttando la forza lavoro a basso costo e in condizioni di precarietà estrema.
Queste strutture, spesso prive di qualsiasi forma di controllo sindacale, offrono un ambiente ideale per lo sfruttamento e l’illegalità.
La conseguenza diretta di queste pratiche è un aumento esponenziale del rischio di incidenti sul lavoro.
Le vittime, per lo più lavoratori precari e non protetti, pagano con la vita un sistema che antepone il profitto alla sicurezza e il rispetto dei diritti umani.
La precarietà contrattuale, l’assenza di formazione adeguata, la pressione per aumentare la produttività a qualsiasi costo: tutti questi elementi concorrono a creare un ambiente di lavoro pericoloso e insostenibile.
La denuncia di Landini non è solo un grido d’allarme, ma un appello all’azione.
È necessario un cambio di paradigma, un intervento coraggioso e radicale che affronti le cause profonde del problema.
Servono leggi più stringenti, controlli più efficaci, sanzioni più severe per chi viola le normative sulla sicurezza.
È fondamentale promuovere la cultura della prevenzione, investire nella formazione dei lavoratori, rafforzare il ruolo dei sindacati e delle organizzazioni dei lavoratori.
Solo attraverso un impegno condiviso e una volontà politica sincera sarà possibile spezzare questa catena di tragedie e garantire a tutti i lavoratori italiani il diritto fondamentale alla sicurezza e alla dignità.
La memoria delle vittime non può essere onorata con semplici commemorazioni, ma con un’azione concreta e determinata per costruire un futuro più sicuro e giusto per tutti.







