La Spezia-Perugia: Un Grido d’Aiuto Giovanile, Oltre la Punizione

La recente tragedia che ha colpito La Spezia, l’uccisione di un giovane studente per mano di un coetaneo, risuona a Perugia come un campanello d’allarme che non può essere ignorato.
Non si tratta di un evento isolato, un mero problema di sicurezza pubblica, ma di una manifestazione acuta di un disagio profondo che affligge la nostra società e, in particolare, i nostri giovani.

Come amministratore e psicologo, sento il dovere di affrontare questa questione con un approccio che vada oltre la semplice reazione repressiva.
Questi atti di violenza estrema sono, in realtà, un grido d’aiuto, un tentativo distorto di comunicare un dolore insopportabile che si è rivelato incapace di trovare vie di espressione sane.
Non possiamo ridurre la complessità di queste azioni a una semplice questione di “cattiveria” o di mancanza di rispetto per la vita.

Dobbiamo riconoscere che sono spesso il prodotto di un terreno fertile di frustrazione, solitudine e mancanza di modelli di riferimento positivi.
La crisi che stiamo vivendo non è solo individuale, ma sociale.

La scuola, le famiglie e la comunità nel suo complesso faticano ad accompagnare i giovani nella loro crescita emotiva e psicologica.
Emozioni fondamentali come la rabbia, la paura e la tristezza vengono spesso negate, minimizzate o addirittura punite, impedendo ai ragazzi di imparare a gestirle in modo costruttivo.

L’avvento del mondo digitale, con la sua apparente assenza di conseguenze reali, ha amplificato questa tendenza.

La possibilità di nascondersi dietro profili anonimi e di agire senza responsabilità può alimentare sentimenti di superiorità, invincibilità e, paradossalmente, di impotenza.
Il confine tra realtà e finzione si assottiglia, creando un ambiente in cui l’aggressività e la violenza possono sembrare normali o addirittura accettabili.
La risposta a questa emergenza non può essere univoca.

Non basta condannare la violenza, bisogna affrontarne le radici.

È fondamentale promuovere un’educazione emotiva che insegni ai ragazzi a riconoscere e gestire le proprie emozioni, a comunicare in modo assertivo e a risolvere i conflitti in modo pacifico.

Allo stesso tempo, è necessario rafforzare il ruolo della scuola e delle famiglie come luoghi di ascolto, di dialogo e di supporto.

Parallelamente, è essenziale che le istituzioni si facciano carico di garantire un ambiente sicuro e protetto per i giovani, attraverso controlli efficaci, regole chiare e una risposta repressiva credibile.
La disponibilità di armi, anche di quelle considerate “poco pericolose”, deve essere drasticamente ridotta.

È imperativo che i ragazzi comprendano che ogni azione ha delle conseguenze e che la violenza non è mai una soluzione.
Tuttavia, la fermezza non deve escludere la cura.
La punizione deve essere accompagnata da un percorso di recupero psicologico per i responsabili e per le vittime.

È necessario offrire loro la possibilità di ricostruire la propria autostima, di riapprendere a relazionarsi con gli altri e di diventare cittadini responsabili.

In definitiva, la soluzione a questa complessa sfida risiede nella capacità di coniugare fermezza e compassione, regole e ascolto, prevenzione e intervento.

Solo così potremo restituire ai nostri giovani la possibilità di crescere sani, sereni e pienamente integrati nella società.
La parola, l’ascolto, la relazione, la responsabilità, la sicurezza: questi devono essere i pilastri della nostra risposta, per proteggere la fragilità dei nostri giovani e costruire un futuro più giusto e pacifico per tutti.

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