Orvieto: Un presepe interroga l’uomo del XXI secolo.

Nel cuore pulsante di Orvieto, un presepe si configura come più di una semplice rappresentazione natalizia: è un viaggio introspettivo, un’immersione sensoriale nel Pozzo della Cava che interroga l’uomo del XXI secolo.

La trentaseiesima edizione, concepita come un percorso di riflessione, affida la narrazione a una figura storica controversa, Ponzio Pilato, reinterpretato in chiave contemporanea.
Lungi dall’essere una figura storica statica, il Pilato di questa installazione si pone come specchio delle nostre inquietudini, un personaggio che interroga i progressi tecnologici e il ruolo dell’intelligenza artificiale nella ricerca della verità.

Il direttore del complesso archeologico, Marco Sciarra, descrive l’itinerario come una dialettica costante tra l’immediatezza della soluzione e la necessità del cammino, tra la scorciatoia digitale e l’esperienza vissuta.
Ci si chiede, con acuta osservazione, se la verità possa essere acquisita con un semplice click o se richieda un confronto diretto con la realtà, un percorso di scoperta che implichi impegno e riflessione.
Il presepe si articola in dieci tappe, illuminate dalla suggestione del sottosuolo e animate da tre scene centrali interpretate da attori in movimento.
La prima, l’incontro cruciale tra Pilato e Gesù, si carica di un’inquietante silenzio, un interrogativo lasciato in sospeso: “Cos’è la verità?”.
Poi, l’annuncio ai pastori, un momento di rivelazione divina, e infine, la scena conclusiva che vede Pilato giungere a una personale, seppur tardiva, sintesi, frutto di una lunga e tormentata ricerca.

Sciarra sottolinea come il percorso di Pilato, nella sua lentezza, sia in contrasto con la velocità con cui l’uomo moderno risolve i problemi, ma evidenzia come la comprensione profonda vada oltre la semplice soluzione superficiale.
L’ammissione finale di Pilato – “Avevo la verità davanti” – risuona come un monito universale, un’eco che ricompare quotidianamente nella nostra esperienza.

La verità è lì, a portata di mano, ma l’abilità di riconoscerla si fa sempre più sfuggente.

L’esperienza viene amplificata dall’utilizzo dell’anamorfismo, una tecnica visiva che distorce la realtà per rivelare un’immagine nascosta.
Nell’ultima scena, Gesù appare attraverso questa suggestiva deformazione, resa possibile anche grazie all’intelligenza artificiale che rielabora il linguaggio artistico del passato.
Questa fusione tra antico e moderno crea un’atmosfera enigmatica, un labirinto di prospettive e permutazioni che trasformano il presepe in un’esperienza immersiva e stimolante.
Più che un semplice spettacolo natalizio, il presepe nel Pozzo rappresenta un invito alla riflessione, un’occasione per interrogare le nostre certezze e per guardare il mondo con occhi diversi, consapevoli che la ricerca della verità è un cammino continuo, un percorso che non offre risposte facili, ma che ci sfida a interrogarci e a crescere.
Il vero tributo, il vero arricchimento, risiede nella capacità di portare con noi, al di fuori di quelle suggestive profondità, la consapevolezza acquisita e la capacità di interpretare la realtà con una nuova sensibilità.

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