Il crollo di un impero di cemento: testimonianze dall’interno di GazaDa Arrone, un piccolo borgo umbro che ora custodisce un pezzo di cuore palestinese, giungono echi angoscianti provenienti da Gaza.
Safwat Alkahlout, giornalista di 52 anni, costretto a lasciare la Striscia a marzo 2024 con la sua famiglia, dipinge un quadro desolante di una città martoriata.
Non semplici bombardamenti, ma una sistematica ed implacabile demolizione architettonica, con edifici elevati ridotti in polvere da esplosioni di potenza inaudita, capace di scuotere l’intera area.
Ogni crollo, secondo la sua descrizione, non è un evento isolato, ma un trauma collettivo che incide profondamente nel tessuto psicologico della popolazione.
La fuga, già di per sé un dramma, si rivela un lusso inaccessibile per molti.
Il costo della sopravvivenza, paradossalmente, supera la capacità di resistenza economica di intere famiglie.
Trasportare i propri beni essenziali per una distanza di soli quindici chilometri si traduce in una spesa proibitiva di mille dollari, una cifra che si aggiunge al costo di una tenda per ripararsi, anch’essa stimata in mille dollari.
Questa barriera economica, unitamente all’esaurimento fisico e morale derivante da ripetute ondate di sfollamento – si parla di dieci o dodici spostamenti avanti e indietro tra Gaza City e Rafah negli anni passati – ha convinto molti a rinunciare alla speranza di una via di fuga.
Alcuni, con un’amara rassegnazione, preferiscono l’atroce destino di morire sotto le macerie piuttosto che affrontare un’ennesima, estenuante migrazione.
L’assenza di un intervento internazionale deciso ed efficace è fonte di profonda vergogna, non solo per l’Occidente, ma per l’intera comunità globale.
Mentre il numero delle vittime sale vertiginosamente, la discussione sul riconoscimento di un potenziale genocidio – termine che definisce una gravità orribile – dilata i tempi di una risposta concreta.
Gaza, in questo scenario, è una ferita aperta che lacera passato, presente e futuro, un simbolo tangibile di una distruzione implacabile.
L’auspicio di una semplice cessazione delle ostilità si scontra con l’inerzia delle potenze mondiali, con la loro apparente incapacità di esercitare una pressione significativa su Israele.
Ad Arrone, la famiglia Alkahlout ha trovato un rifugio e la possibilità di assaporare un senso di libertà sconosciuto per i suoi figli.
L’assenza di razzi e di posti di blocco è una boccata d’aria fresca, un privilegio che contrasta fortemente con il terrore vissuto a Gaza.
La solidarietà della comunità umbra, espressa anche attraverso l’esposizione di bandiere palestinesi, ha contribuito a lenire il trauma e a farli sentire accolti.
Nonostante la nuova realtà, il desiderio di ritorno è palpabile.
Safwat esprime la ferma volontà di ricostruire Gaza, un compito che lui confida di poter compiere con l’ingegno e la resilienza del popolo palestinese.
Ma riconosce, con amarezza, che la capacità di distruggere è, per ora, superiore alla capacità di ricostruire.
Il suo appello è chiaro: il mondo deve trovare il coraggio di agire, di riconoscere lo Stato di Palestina e di garantire un futuro di indipendenza e dignità per il popolo palestinese.
Solo allora, si potrà sperare in un futuro in cui Gaza non sia più sinonimo di desolazione e di morte, ma un luogo di speranza e di rinascita.







