Il 2025 si è impresso nella memoria collettiva come un anno di sconvolgimenti bellici senza precedenti, una dissonanza angosciante per chi, come John Simpson, inviato di guerra di fama mondiale e voce autorevole degli Affari Globali della Bbc, ha testimoniato decine di conflitti nel corso della propria carriera.
La sua affermazione, ripresa in un editoriale del 29 dicembre, non è un’iperbole giornalistica, ma una constatazione amara corroborata da dati concreti: una proliferazione di conflitti, di diversa natura e intensità, che ha investito il pianeta in maniera quasi simultanea.
Non si tratta semplicemente di un aumento quantitativo di guerre, ma di una trasformazione qualitativa nel panorama geopolitico.
Dall’Europa all’Asia, dall’Africa al Mediterraneo, i teatri di scontro si sono moltiplicati, intrecciandosi in un complesso reticolo di tensioni e rivalità.
L’impatto umanitario è devastante: milioni di sfollati, infrastrutture distrutte, intere comunità sull’orlo della catastrofe.
L’Ucraina, con la sua guerra di logoramento, continua ad assorbire risorse e attenzioni, rappresentando un focolaio di instabilità con implicazioni globali.
La crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, esacerbata da dinamiche politiche e religiose complesse, ha provocato una sofferenza inimmaginabile.
Il conflitto in Sudan, con la sua spirale di violenza tra fazioni rivali, rischia di destabilizzare l’intera regione del Corno d’Africa.
E il Sud-Est Asiatico, con le sue dispute territoriali e le crescenti pressioni geopolitiche, rimane una polveriera pronta ad esplodere.
Ma la geografia del conflitto non si limita a questi teatri consolidati.
Anche i Caraibi, tradizionalmente considerati aree di relativa stabilità, sono stati colpiti da violenze e disordini, segnale di una crisi globale più ampia, che erode le fondamenta della pace e della sicurezza.
Lo scenario proiettato verso il 2026 non offre spiragli di speranza.
Venezuela, con le sue profonde divisioni politiche ed economiche, rappresenta un potenziale punto di innesco per nuove instabilità in Sud America.
Lo Stretto di Taiwan, crocevia di interessi strategici e tensioni tra Stati Uniti e Cina, rimane un focolaio di rischio, con il potenziale di innescare un conflitto su scala globale.
Questa proliferazione di conflitti non è casuale.
È il prodotto di un intreccio di fattori complessi: competizione per le risorse, cambiamenti climatici, disuguaglianze economiche, rivalità geopolitiche, diffusione di ideologie estremiste, fallimento delle istituzioni internazionali.
Il mondo sembra intrappolato in una spirale di violenza, in cui la diplomazia e il dialogo sono sempre più difficili, e la tentazione di ricorrere alla forza prevale.
La necessità di una nuova architettura di sicurezza globale, basata sulla cooperazione, la prevenzione e la risoluzione pacifica dei conflitti, è più urgente che mai.
La sfida è enorme, ma la posta in gioco è la sopravvivenza stessa della civiltà.
Il futuro, per ora, appare più simile a una polveriera che a un giardino fiorito.





