La recente vicenda “Affidopoli lucana” ha innescato una profonda crisi di fiducia nelle istituzioni regionali, esacerbata da una gestione comunicativa che appare, nel suo approccio, più che altro un tentativo di arginare una frana piuttosto che affrontarne le cause.
Le iniziali giustificazioni, prontamente rilasciate dal Presidente della Giunta regionale, Vito Bardi, con l’asserita regolarità amministrativa, si sono rivelate fragili e contraddittorie, in rapida successione all’irruzione della Guardia di Finanza negli uffici regionali per acquisire la documentazione relativa agli affidamenti oggetto dell’indagine.
Questa sequenza di eventi solleva interrogativi cruciali sulla reale volontà politica di accertare la verità e di garantire una trasparenza completa.
Non è sufficiente un esercizio di facciata, una verifica formale sbrigativa, per dissipare i dubbi che gravano sulla gestione degli appalti e sulle possibili derive corruttive che vi sono connesse.
Abbandonare la questione alla sola magistratura, pur nel suo ruolo imprescindibile, equivarrebbe a una sconfitta per la politica stessa, rinunciando al suo dovere primario: la prevenzione non solo delle illegalità, ma anche di pratiche ambigue, di dinamiche opache, di relazioni che compromettono l’imparzialità e la correttezza dell’azione amministrativa.
Il Vicepresidente del Consiglio regionale, Angelo Chiorazzo, con una lucidità encomiabile, ha sottolineato la necessità di un impegno politico attivo e responsabile.
La richiesta formale di accesso agli atti, indirizzata al Direttore Generale della Presidenza, Donato Del Corso, mira a rendere pubblica la relazione firmata da quest’ultimo e citata da Bardi, unitamente a tutta la documentazione relativa agli affidamenti controversi.
La pubblicazione di tali documenti rappresenta un imperativo etico e un diritto fondamentale dei cittadini lucani, i quali hanno il diritto di conoscere la reale portata delle verifiche effettuate e di valutare se queste abbiano affrontato con rigore e approfondimento il nucleo problematico della vicenda, coinvolgendo il Dipartimento Ambiente, l’Arpab e Acquedotto Lucano.
L’affermazione di Bardi, volta a esaltare l’estetica e l’etica pubblica, rischia di apparire una retorica vuota se non supportata da azioni concrete.
L’etica non si declina con proclami, ma con la trasparenza e la verità.
Dimostrare la regolarità non significa limitarsi a dichiararla, ma esporre apertamente nomi, ruoli e responsabilità, illuminando con chiarezza le dinamiche che hanno portato agli affidamenti ora al centro dell’indagine giudiziaria.
Il dovere di chi ricopre incarichi pubblici è quello di rendere conto delle proprie scelte, evitando di rifugiarsi in formalismi o in strategie comunicative volte a distogliere l’attenzione dal problema.
La Basilicata necessita di una trasparenza autentica, di un impegno reale e non di rassicurazioni che si rivelano effimere, destinate a svanire nel giro di poche ore, lasciando spazio a ulteriori interrogativi e sospetti.
Il futuro della regione dipende dalla capacità delle istituzioni di abbracciare una cultura della responsabilità, del controllo e della piena accountability.







