La necessità di una profonda revisione etica della politica emerge con urgenza, un imperativo che trascende la mera gestione del consenso per abbracciare una responsabilità radicata nei valori di giustizia e protezione dei diritti umani.
L’esperienza del convegno “Il femminicidio e le violenze di genere”, tenutosi a Matera, offre uno spunto cruciale per analizzare le sfide attuali e delineare un percorso di cambiamento.
Il dibattito, promosso dal Consiglio regionale della Basilicata in collaborazione con l’Osservatorio permanente del Ministero della Giustizia, non si limita a un bilancio operativo, ma si configura come un invito a una riflessione stratificata.
Da un lato, la necessità di un rafforzamento del quadro giuridico, un’analisi attenta delle normative nazionali ed europee, e una traduzione efficace di queste in strumenti concreti di supporto alle vittime.
Questo implica non solo l’aggiornamento legislativo, ma anche una comprensione profonda delle dinamiche sociali e culturali che alimentano la violenza di genere.
Tuttavia, il contributo istituzionale non può esaurirsi nella dimensione legislativa.
L’emergenza richiede un impegno più ampio, un ripensamento dei modelli culturali e sociali che perpetuano disuguaglianze e stereotipi dannosi.
La prevenzione emerge come fulcro di un approccio olistico, un investimento a lungo termine che mira a disinnescare le radici stesse della violenza.
Questa prevenzione non è una semplice assenza di reato, ma un processo attivo di educazione al rispetto, alla parità e all’empatia, che si avvia fin dalla prima infanzia.
La scuola assume, in questo contesto, un ruolo strategico, non solo come luogo di trasmissione di conoscenze, ma come palestra di crescita civile e morale.
Un’educazione che promuova la consapevolezza delle proprie responsabilità, la capacità di ascolto e la tolleranza verso il diverso.
Parallelamente, è fondamentale la creazione di reti di supporto solide e durature, capaci di intercettare le situazioni di vulnerabilità e offrire alle vittime percorsi di uscita dalla violenza, garantendo loro protezione, assistenza legale e psicologica.
Le istituzioni regionali, come dimostra l’iniziativa lucana, hanno un ruolo catalizzatore in questo processo, promuovendo la collaborazione tra diversi attori – scuole, servizi sociali, associazioni, forze dell’ordine – e garantendo risorse economiche stabili per sostenere i centri antiviolenza e i servizi territoriali.
La sfida, dunque, non è solo quella di punire i responsabili, ma di costruire una società più giusta, inclusiva e sicura per tutte e tutti.
Un cambiamento profondo che richiede un impegno costante, una visione condivisa e un’etica della responsabilità che trascenda gli interessi di breve termine.

