La città si raccoglie in un lutto profondo, un velo di silenzio gravido di dolore che avvolge la Spezia.
Oggi, non c’è spazio per il rumore, solo per l’ascolto attento del vuoto lasciato da Abanoub Youssef, un diciottenne strappato alla vita in un atto di incomprensibile violenza.
Il sindaco Peracchini, in una dichiarazione che trascende la mera funzione istituzionale, ci invita a condividere il lutto della famiglia, degli amici, della comunità scolastica, della Chiesa copta ortodossa e di ogni cittadino.
Questo non è solo un addio, ma una frattura nel tessuto sociale, un trauma che si incide indelebilmente nella memoria di una generazione di giovani spezzini.
Il perché di questa perdita, la sua brutalità e il suo irrazionalità, generano paura e rabbia, interrogativi che si riflettono nei loro occhi ancora pieni di speranza.
Il dolore di un genitore che accompagna il figlio a scuola con l’aspettativa di un ritorno sereno è un sentimento universale, ora lacerato da un’angoscia insopportabile.
L’inaccettabilità di una vita spezzata senza senso, la violenza che si insinua nell’educazione, nel futuro, nel quotidiano, sono ferite che richiedono una risposta che vada oltre il semplice cordoglio.
Peracchini ricorda Youssef, non solo come studente, ma come giovane attivo nella comunità cristiana copta, come volontario durante l’emergenza Covid, testimone di una generosità e di un impegno civico che contrastano amaramente con la tragica fine.
La sua scomparsa ci priva non solo di un individuo, ma di un potenziale inespresso, di una promessa di futuro interrotta.
La giustizia, come insegnamento di Papa Francesco, non è un concetto astratto, ma un processo che richiede verità, fiducia, lealtà e soprattutto, la purezza di intenti.
Non si tratta solo di punire un atto criminale, ma di ricostruire un senso di sicurezza, di fiducia nelle istituzioni, di speranza nel futuro.
Questo messaggio non vuole essere un mero atto formale, ma un impegno concreto, una promessa di agire per arginare un dolore che rischia di diventare un’eredità intergenerazionale.
È necessario un impegno istituzionale che coinvolga l’intera comunità, un’azione condivisa per contrastare la violenza, promuovere l’educazione alla legalità, rafforzare i valori di tolleranza e rispetto.
Il minuto di silenzio nelle scuole è un gesto simbolico, ma insufficiente.
Serve un’azione di ascolto e di sostegno ai giovani, un’opportunità per affrontare le loro paure, dissipare i loro dubbi, ricostruire la fiducia nel futuro.
È un momento per riscoprire insieme quella “purezza di intenti” che ci guida verso un domani più giusto, un futuro in cui la memoria di Youssef possa diventare un monito e una guida per costruire una società più umana e pacifica.
La giustizia, in questo senso, non è solo un diritto, ma un dovere per tutti.








