L’aria si era densa di attesa e un silenzio teso, vibrante di rabbia contenuta, aveva inghiottito lo spazio antistante l’Istituto Domenico Chiodo di La Spezia.
Quella mattina, il venerdì successivo alla tragica scomparsa del diciottenne Abanoud Youssef, il cordone di studenti asserragliati fuori dalla scuola si era trasformato in una marea umana, un fiume in piena di giovani provenienti non solo dall’Ipsia, ma anche dal prestigioso Liceo Mazzini, dal Fossati e da altre istituzioni superiori della città.
Non erano semplici manifestanti; erano portatori di un dolore sordo, di una frustrazione palpabile che si materializzava in cartelli improvvisati, veri e propri proclami di accusa.
Le accuse, incisive e dirette, puntavano il dito contro il sistema, contro la presunta complicità degli insegnanti, contro un ambiente scolastico percepito come incapace di garantire sicurezza e giustizia.
Il grido collettivo si levava chiaro: “I prof sono complici”.
Non si trattava di un’accusa infondata, ma l’espressione di un senso di abbandono, di una profonda sfiducia nelle istituzioni scolastiche.
Alle prime luci dell’alba, una studentessa, spinta dalla forza del momento e dalla necessità di far sentire la propria voce, si arrampicò sulle spalle di un compagno, un gesto simbolico di ribellione e di affermazione.
Affisse poi un manifesto sull’ingresso, una richiesta concisa e potente: “Vogliamo giustizia”.
La porta dell’istituto, simbolo di un accesso negato, fu momentaneamente sbarrata.
La risposta immediata di un collaboratore scolastico, pragmatico e convinto del diritto all’accesso pubblico, riportò le porte alla loro condizione di apertura.
La tensione era palpabile.
L’intervento della Digos, con la sua presenza rassicurante ma al tempo stesso intimidatoria, mirava a sedare gli animi, a prevenire escalation. La dinamica era complessa: alcuni studenti, visibilmente scossi, si allontanarono, sopraffatti dall’emozione; altri, invece, si pressarono contro l’ingresso, sollevando nuovi striscioni, alimentando il fuoco della protesta.
Le forze dell’ordine, impegnate in un delicato gioco di equilibrio, cercavano di mantenere l’ordine, garantendo la sicurezza di tutti.
La scuola, luogo di apprendimento e di crescita, si era trasformata in un palcoscenico di dolore e di rabbia, un monito potente per una comunità intera chiamata a confrontarsi con una perdita irreparabile e a interrogarsi sulle cause profonde di una tragedia che aveva strappato via un giovane.
Nessuno, in quel momento, aveva varcato la soglia dell’istituto, simbolicamente sigillata da un muro di dolore e di speranza per un futuro diverso.


