giovedì 22 Gennaio 2026

Spezia, un atto di violenza: analisi e risposte per i giovani.

La recente tragedia che ha colpito La Spezia, un atto di violenza inaudita perpetrato da un giovane contro un coetaneo, solleva interrogativi urgenti e dolorosi che richiedono un’analisi profonda ben al di là della semplice reazione emotiva.

Come amministratore, ma soprattutto come psicologa, sono profondamente colpita da questo evento e ritengo necessario un approccio sistemico per comprendere le radici di un fenomeno che affligge la nostra società e che si manifesta, con drammaticità, nella fragilità delle giovani generazioni.

Non possiamo ridurre la violenza giovanile a un mero problema di ordine pubblico o a un episodio isolato.

Si tratta, più spesso, di un grido di sofferenza, una disperata richiesta di attenzione e riconoscimento che si manifesta attraverso comportamenti distruttivi.
Dietro un gesto violento si cela un vuoto emotivo, una difficoltà a verbalizzare il proprio dolore e un senso di inadeguatezza che si amplifica in un contesto sociale complesso e spesso disorientante.
L’analisi degli studiosi del comportamento umano ci indica che tali atti non germinano dal nulla.

Sono il prodotto di una crisi più ampia, che investe i sistemi di supporto fondamentali per la crescita dei giovani: la famiglia, la scuola e la comunità.
Questi sistemi, pur con le migliori intenzioni, spesso faticano a offrire un ambiente sicuro e stimolante, dove le emozioni negative come la rabbia, la paura e la tristezza possano essere elaborate in modo costruttivo.
I modelli di riferimento, inoltre, propongono spesso alternative basate sulla sopraffazione e sull’aggressività, perpetuando un circolo vizioso di violenza.

L’avvento dell’era digitale, con la sua apparente disconnessione dalle conseguenze reali delle azioni, aggrava ulteriormente la situazione.
La possibilità di esprimere la propria frustrazione in un ambiente virtuale, dove la morte e la sofferenza appaiono come semplici elementi di un videogioco, può anestetizzare la sensibilità e offuscare il confine tra il mondo reale e quello simulato.
Questa “disumanizzazione” virtuale può contribuire a una diminuzione dell’empatia e a un aumento della propensione alla violenza.

L’ascolto attivo e la comprensione sono strumenti fondamentali per affrontare questa problematica, ma non sono sufficienti.
È necessario un intervento integrato che coinvolga tutti gli attori sociali: famiglie, scuole, istituzioni e comunità.

Questo intervento deve prevedere un potenziamento dell’educazione emotiva, che insegni ai giovani a riconoscere e gestire le proprie emozioni in modo sano e costruttivo.
Deve prevedere, inoltre, un rafforzamento dei sistemi di supporto familiare, con particolare attenzione alle famiglie disfunzionali o in difficoltà.

E, infine, deve prevedere un’azione repressiva credibile, che sanzioni i comportamenti violenti e che renda più difficile l’accesso ad armi e sostanze pericolose.

La fermezza e la responsabilità non sono antitetici dell’empatia e della cura; al contrario, si completano a vicenda.
È necessario che i giovani sappiano che i loro comportamenti hanno conseguenze, ma che allo stesso tempo sono circondati da adulti che li sostengono e che li aiutano a superare le difficoltà.
Dobbiamo ritrovare il coraggio di stabilire dei limiti chiari, di dire dei “no” inequivocabili, ma anche di offrire un ambiente sicuro e accogliente dove i giovani possano esprimere le proprie paure e le proprie frustrazioni.
Solo così potremo costruire una società più giusta, più sicura e più umana.

La violenza è inaccettabile; la risposta deve essere un impegno collettivo per la crescita, la protezione e il benessere delle nostre giovani generazioni.

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