La necessità di salvaguardare la dignità professionale, il rispetto per la carriera e l’integrità del sistema giudiziario si pone come imperativo categorico, soprattutto quando si verificano episodi che ne mettono a rischio i fondamenti.
Non si può legittimare un’azione denigratoria, una gazzarra mediatica ingiustificata, nei confronti di un magistrato con un curriculum impeccabile, un percorso costruito in quarantacinque anni di servizio, e questo non in un limbo anonimo, bensì nel cuore pulsante dell’amministrazione giudiziaria.
La mia recente presa di posizione, la prima di fronte ai microfoni dopo un’udienza, non è stata un’eccezione, ma il riflesso di un disagio diffuso, una sensazione condivisa da molti osservatori del mondo legale.
L’assenza di un gesto di cortesia, di un accompagnamento formale al deposito dei documenti relativi ai tre difensori di Sempio, denota una mancanza di sensibilità, un’inclinazione a bypassare i principi basilari di lealtà e trasparenza.
Questa constatazione è stata ampiamente condivisa, come ha sottolineato il collega Domenico Aiello, difensore del dottor Mario Venditti, che ha replicato con forza alla nota congiunta dei procuratori generali Rispoli e Prete, esortando a mantenere il processo penale lontano da logiche devianti.
Rinnovo integralmente la mia adesione alla replica del dottor Aiello, ma ritengo fondamentale contestualizzare l’accaduto.
Come i difensori hanno il dovere ineludibile di prepararsi meticolosamente, analizzare ogni aspetto del fascicolo e ancorarsi alle prove oggettive, lo stesso dovere improntare l’agire del pubblico ministero.
La lealtà, la probità e, soprattutto, il riserbo – principi che sottoscrivo con convinzione – sono pilastri imprescindibili della funzione giudiziaria.
È doveroso ricordare, e lo dico con rispetto, che la memoria dei fatti non svanisce con il tempo.
Il 26 settembre, giorno delle perquisizioni a casa del dottor Venditti, la sua reputazione era già stata irrimediabilmente compromessa, prima ancora che egli potesse varcare la soglia della propria abitazione.
La trasmissione mediatico-unitario di informazioni, in quel momento, ha creato un danno irreparabile.
Avrei auspicato che il momento giusto per offrire scuse e assumere decisioni responsabili fosse ieri, dimostrando sensibilità e un profondo rispetto per l’amministrazione della giustizia.
Un gesto di questa natura avrebbe rappresentato un segnale di riconoscimento dell’importanza della dignità professionale e del valore della presunzione di innocenza, principi che sono alla base del nostro sistema giuridico.
Si tratta, in definitiva, di preservare l’integrità della giustizia stessa, garantendo a tutti i soggetti coinvolti la possibilità di un giusto processo.


