La richiesta di una pena detentiva perpetua per Douglas Carolo e Michele Caglioni, accusati dell’omicidio di Andrea Bossi, ha segnato il culmine della discussione nel processo che si celebra a Busto Arsizio.
Il pubblico ministero Giulia Grillo, con un intervento conclusivo perentorio, ha escluso categoricamente ogni possibilità di mitigazione della condanna, delineando una ricostruzione degli eventi che punta a dimostrare la premeditazione e la partecipazione attiva di entrambi gli imputati nel delitto avvenuto a Cairate.
La tesi accusatoria si fonda su un intreccio di indizi e prove, caratterizzate, secondo la Procura, dalla coerenza complessiva e dalla mancanza di riscontri a favore delle versioni contrastanti fornite dai due giovani.
Entrambi, sostiene il pm, si sono resi responsabili di una narrazione mendace fin dalle prime investigazioni, ostacolando la ricerca della verità.
Il movente, definito “di scarsa rilevanza” ma sufficiente a innescare un gesto così efferato, si identifica nella ricerca di risorse economiche per uno stile di vita edonistico, un’aspirazione alimentata dalla mancanza di prospettive future e dall’assenza di un impegno lavorativo.
L’accusa ha inoltre evidenziato il tentativo di depistaggio successivo al decesso di Bossi, una serie di azioni volte a eliminare tracce compromettenti e a rendere più difficile l’identificazione dei responsabili.
L’atteggiamento dei due, documentato dalle intercettazioni carabinieri durante un incontro casuale in caserma, con risate e commenti superficiali su elementi di prova, ha contribuito a rafforzare la percezione di una colpevolezza oltre ogni dubbio.
Di conseguenza, la Procura ha rigettato la possibilità di riconoscimento di attenuanti generiche, invocando invece l’aggravante della premeditazione.
La ricostruzione del pm Grillo ha ricevuto il pieno appoggio dell’avvocato Davide Toscani, che rappresenta la famiglia Bossi, il quale ha sottolineato come la richiesta di ergastolo rappresenti l’unica risposta adeguata al dolore e alla perdita subiti.
La difesa di Douglas Carolo, affidata agli avvocati Vincenzo Sparaco e Giammatteo Rona, ha contestato con forza la ricostruzione accusatoria, ribadendo che l’onere della prova spetta alla Procura, la quale non è riuscita a dimostrare in modo univoco chi abbia materialmente inferto il colpo mortale.
La difesa ha puntato l’attenzione su elementi specifici, come il prelievo di denaro dal bancomat di Bossi e la successiva vendita di oggetti preziosi in negozi dell’oro, attribuendo tali azioni a Michele Caglioni.
L’avvocato Nicolò Vecchioni, difensore di Caglioni, ha descritto il suo assistito come una “pedina” manipolata da Carolo, vittima di un piano più ampio.
Ha contestato la sua responsabilità penale, evidenziando come Caglioni sia stato utilizzato come esca, costretto a compiere azioni che avrebbero inevitabilmente attirato su di lui l’attenzione delle forze dell’ordine.
La vendita dei gioielli e il prelievo di denaro, secondo la difesa, sono il risultato di una coercizione psicologica esercitata da Carolo, che avrebbe sfruttato la vulnerabilità di Caglioni per depistare le indagini.
L’avvocato ha descritto il prelievo al bancomat come un atto di “carne da cannone”, volto a gettare ombre sull’uomo che ne ha materialmente compiuto l’azione.
In sintesi, la difesa di Caglioni si pone come obiettivo quello di presentare il suo assistito come vittima di una manipolazione, piuttosto che come compartecipe di un piano criminale.


