L’evoluzione dei modelli di consumo rivela una traiettoria preoccupante, un cambiamento di paradigma che investe profondamente il sistema penitenziario e le sue implicazioni sociali.
L’immagine della droga come fenomeno elitario, relegato a nicchie ristrette, è ormai obsoleta.
La proliferazione di sostanze come la cocaina e, soprattutto, il crack, ha determinato una drammatica democratizzazione del consumo, estendendone gli effetti distruttivi a fasce sempre più ampie della popolazione.
Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, ha sollevato un’indagine cruciale durante il convegno “I luoghi della privazione della libertà personale: detenzione e suicidi”, evidenziando come l’ambiente carcerario, lungi dall’essere un luogo di riabilitazione, amplifichi le patologie preesistenti.
Il carcere, nella sua struttura intrinseca, si configura come un sistema patologico e patogeno, un amplificatore di sofferenza per individui già vulnerabili.
È fondamentale distinguere tra un consumo occasionale, motivato da ricerca di piacere o curiosità, e la vera e propria dipendenza, una condizione morbosa che trasforma la sostanza in una necessità impellente.
Barra sottolinea che siamo di fronte a malati, individui affetti da una malattia complessa che richiede un approccio terapeutico specifico, inadatto al contesto carcerario.
La detenzione, in questo scenario, aggrava la condizione, alimentando un circolo vizioso di sofferenza e recidiva.
La ricerca di alternative al carcere per i malati di tossicodipendenza non è quindi un’opzione, ma un imperativo etico e sociale.
In questo quadro complesso, il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, introduce una prospettiva di speranza e redenzione.
Pur riconoscendo l’importanza della certezza della pena, Zuppi pone l’accento sulla necessità di garantire anche la certezza della speranza, un elemento essenziale per un sistema penitenziario che aspiri alla riabilitazione.
La possibilità di guardare al futuro, di immaginare un’esistenza diversa dalla spirale di violenza e autodistruzione, rappresenta il fondamento stesso della possibilità di cambiamento.
La perdita di prospettive, la mancanza di un orizzonte di speranza, sono terreno fertile per comportamenti disperati, per azioni che trascendono i limiti della ragione, della morale, della legge.
Quando non c’è nulla da perdere, si è disposti a tutto.
La speranza, dunque, non è un’illusione, ma un antidoto potente contro la disperazione, un motore di cambiamento, un diritto inalienabile di ogni individuo, anche di chi si trova a scontare una pena detentiva.
La sfida è costruire un sistema penitenziario che sia capace di offrire a questi individui la possibilità di una seconda opportunità, di un futuro diverso dal passato.
Un sistema penitenziario inteso non come luogo di esclusione, ma come luogo di incontro, di cura, di speranza.








