Un’intricata rete di affetti corrotti dall’ambizione e dissolti dalla sete di una conoscenza proibita, un peccato di orgoglio che tradisce la fiducia e sfida leggi cosmiche, punendo con la cecità: ecco l’ombra che vela la storia di Lohengrin, riproposta dal Teatro dell’Opera di Roma con una regia innovativa di Damiano Michieletto e sotto la direzione magistrale di Michele Mariotti.
Dopo un’assenza di mezzo secolo, l’opera di Richard Wagner torna a illuminare il palcoscenico romano, non con la solita ostentazione scenica, ma con un’immersione profonda nei tormenti interiori dei personaggi, veri protagonisti di una narrazione epica intrisa di simbolismo medievale.
Wagner, a soli trentadue anni, concepì Lohengrin come una fiaba tragica, un racconto di redenzione in cui un cavaliere del Sacro Graal giunge in soccorso di Elsa, figlia del re Heinrich l’Uccellatore, accusata ingiustamente della morte del fratello Gottfried, erede al trono.
La trama, apparentemente semplice, è un inganno ordito da Ortrud, una strega astuta, e dal marito Friedrich von Telramund, entrambi mossi da sete di potere e vendetta.
Lohengrin, innamorato di Elsa, le impone una condizione cruciale: non dovrà mai chiedere il suo nome né le sue origini.
Questa proibizione, apparentemente innocua, diviene il fulcro di una spirale di sospetti e tradimenti, un monito alla fragilità della fiducia.
Michieletto, con un’audace visione registica, sostituisce l’iconografia tradizionale con un linguaggio visivo contemporaneo e astratto.
L’immagine dominante è un uovo d’argento, sospeso nel vuoto, che incarna il mistero dell’identità di Lohengrin e la sua connessione con un regno superiore.
Quando Elsa infrange il divieto, l’uovo si frantuma, liberando un liquido nero che la colpisce, condannandola alla cecità, riflesso della perdita di innocenza dell’intera comunità che si lascia guidare dalla calunnia.
La danza, coreografata con anelli luminosi, evoca un cielo stellato, mentre il liquido argenteo, simbolo di poteri soprannaturali, punisce chi osa violare il segreto.
L’assenza del cigno, veicolo tradizionale del cavaliere, sottolinea l’importanza del mistero e dell’interiorità.
L’apparizione precoce di Gottfried, vittima di un sortilegio, preannuncia la sua redenzione finale, il momento in cui riacquista la legittimità al trono e si rivela l’eroe della situazione.
Le scelte estetiche, pur destando inizialmente perplessità in un pubblico abituato a rappresentazioni più tradizionali, dimostrano la capacità di Michieletto di interpretare l’opera wagneriana con originalità e coinvolgimento, creando un’esperienza emotiva intensa e suggestiva, supportata dalle scenografie di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti e l’abile illuminazione di Alessandro Carletti.
Michele Mariotti, con una direzione sicura e appassionata, esalta la ricchezza cromatica e la varietà tonale della partitura, ottenendo un plauso caloroso ad ogni atto e un tributo finale meritatissimo.
Il cast internazionale, capitanato da Dmitry Korchak nel ruolo di Lohengrin ed Ekaterina Gubanova, una Ortrud di straordinaria intensità, offre interpretazioni memorabili, affiancati da Jennifer Holloway, Tomas Tomasson e Clive Bayley.
Anche il coro, preparato da Ciro Visco, contribuisce a rendere lo spettacolo un evento di altissimo livello.
Le repliche di Lohengrin, programmate fino al 7 dicembre, rappresentano un’occasione imperdibile per immergersi in un universo musicale e visivo di straordinaria bellezza e profondità.

