Il ciclismo al collasso: quando la performance distrugge gli atleti

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L’era del ciclista indistruttibile sembra giunta al termine.
Un’ombra nuova, subdola e insidiosa, si allunga sul ciclismo professionistico: non più il doping a minaccare la longevità degli atleti, ma una crisi di salute profonda, legata a un modello di performance sempre più estremo e a un rapporto distorto con l’energia.

Si parla di sindrome da sovrallenamento, o “ciclista bruciato”, ma il termine non rende giustizia alla complessità del fenomeno.

Più precisamente, la RED-S (Relative Energy Deficiency in Sport) sta emergendo come la vera protagonista di questo declino, un vero e proprio stato di deprivazione energetica che innesca una cascata di danni fisiologici e psicologici.

L’immagine dello sportivo invincibile, capace di spingersi oltre i limiti del dolore e della fatica, si sta sgretolando.
Atleti di talento, vincitori di corse leggendarie, si ritirano prematuramente, lasciando sgomenti colleghi e tifosi.

Non si tratta di un semplice calo di forma, ma di una resa dovuta a una malattia silenziosa, che erode la salute dall’interno.

La pressione per raggiungere risultati sempre più ambiziosi, alimentata da un ecosistema iper-analitico che monitora ogni singolo parametro, ha portato gli atleti a spingersi oltre il punto di non ritorno.

L’uso indiscriminato di tecnologie e allenamenti su misura, se non bilanciato da una gestione energetica oculata, può rivelarsi un’arma a doppio taglio.
La perdita di motivazione, la stanchezza cronica che resiste al riposo, l’apatia, l’aumento della frequenza cardiaca a riposo, i dolori muscolari persistenti, l’insonnia, l’irritabilità: questi sono solo alcuni dei sintomi che affliggono gli atleti colpiti dalla RED-S.

La bici, che un tempo rappresentava passione e libertà, si trasforma in uno strumento di sofferenza, un monito della fragilità del corpo umano.
Il ritiro di Simon Yates, campione del Giro d’Italia 2025, a soli trentatré anni, è solo l’ultimo, e forse il più eclatante, esempio di questa tendenza.
Un addio motivato da una necessità impellente di ascoltare il proprio corpo, di prendersi una pausa dalla pressione e dalla competizione.
Veronica Ewers, giovane promessa del ciclismo femminile, ha portato alla luce, con una sincerità disarmante, le conseguenze devastanti della deprivazione energetica.
La sua testimonianza, condivisa sui social media, ha rivelato anni di sofferenza fisica e psicologica, culminati nella perdita del ciclo mestruale e nella compromissione della salute renale.
La sua storia, purtroppo, non è un caso isolato.
Anche Caleb Ewan, velocista australiano di grande talento, ha annunciato il ritiro a trent’anni, lasciando un vuoto nel panorama ciclistico.

La sua carriera, costellata di successi, si è spenta prematuramente a causa di un rapporto sempre più conflittuale con lo sport, un disamore progressivo alimentato dalla pressione e dalla costante ricerca della performance.

Il ciclismo, sport che ha sempre incarnato la resistenza e il sacrificio, si trova di fronte a una sfida inedita: ripensare il modello di allenamento, promuovere una cultura della salute e del benessere, e soprattutto, ascoltare le voci degli atleti, che troppo spesso vengono sacrificate sull’altare del risultato.

La nuova frontiera del ciclismo non è più la velocità, ma la sostenibilità.

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