La partecipazione dell’Italia alla fase finale del Mondiale di calcio, un evento di portata globale e risonanza storica, non dovrebbe essere considerata un diritto acquisito, bensì il coronamento di un percorso meritocratico.
L’affermazione del presidente della FIFA, Gianni Infantino, pronunciata in occasione dell’Assemblea dell’EFC, pone l’accento su un principio fondamentale: la qualificazione deve essere dettata non tanto dalla tradizione o dal passato glorioso, quanto dalla qualità e dalla competitività della squadra che si presenterà in campo.
Questa prospettiva introduce una riflessione più ampia sul significato del calcio moderno e sul suo rapporto con la storia.
L’era del “fattore campo” e del privilegio derivante da una lunga serie di vittorie è ormai superata.
Il calcio contemporaneo è un ecosistema dinamico, in cui l’innovazione tattica, la preparazione atletica e la capacità di adattamento sono i parametri chiave per il successo.
Una squadra, per competere a livello mondiale, deve incarnare questi valori, dimostrando coesione, resilienza e una visione chiara del gioco.
La parola “meritocratico” assume dunque un’importanza cruciale.
Non si tratta di negare il valore della storia calcistica italiana, intrisa di successi e di campioni indimenticabili.
Al contrario, si tratta di riconoscere che la storia, per quanto prestigiosa, non può garantire automaticamente la qualificazione.
Il passato è un’eredità da onorare, ma non una zavorra da trascinare.
Una nazionale italiana degna del Mondiale è una nazionale che ha saputo trarre ispirazione dal passato, reinterpretandolo alla luce delle esigenze del presente.
Inoltre, l’affermazione di Infantino suggerisce una valutazione oggettiva, libera da sentimentalismo o pressioni esterne.
La FIFA, in quanto organo di governo del calcio mondiale, ha la responsabilità di promuovere un sistema competitivo e giusto, in cui ogni squadra abbia la possibilità di dimostrare il proprio valore.
Ciò implica un’analisi approfondita delle prestazioni, del potenziale e della capacità di adattamento di ciascuna nazionale.
La prospettiva di Infantino, lungi dall’essere una sminuzione del calcio italiano, può essere interpretata come un invito a una riflessione seria e costruttiva.
Un invito a rinnovare la mentalità, a investire nella crescita dei giovani talenti, a sperimentare nuove strategie e a recuperare la passione e l’entusiasmo che hanno sempre contraddistinto il calcio italiano.
La qualificazione al Mondiale, in definitiva, non è un diritto, ma un traguardo da conquistare con impegno, talento e una visione lungimirante.
Un traguardo che, una volta raggiunto, sarà ancora più gratificante e significativo.

