L’eco di un passato traumatico risuona con inquietante precisione: la pubblicazione di nuove informazioni, avvenuta in data simbolica, si sovrappone all’anniversario della scomparsa di Carlo Casalegno, figura di spicco del quotidiano “La Stampa” tragicamente scomparso nel 1977 per mano delle Brigate Rosse.
La coincidenza, sottolineata con acuta sensibilità da Giovanni Berardi, presidente di Asevit, l’associazione europea per la difesa dei diritti delle vittime del terrorismo, non è una mera casualità, ma piuttosto una dolorosa riemersione di un clima sociale complesso e problematico.
Carlo Casalegno, colpito da ferite d’arma da fuoco il 16 novembre 1977, si spense nove giorni dopo, il 29 novembre, lasciando un vuoto nel panorama giornalistico e un segno indelebile nella memoria collettiva.
Tuttavia, l’eco dell’evento, nonostante la gravità dell’atto, non suscitò l’universalmente indignata reazione che ci si aspetterebbe in una società democratica.
Berardi, scavando a fondo in quell’epoca torbida, evidenzia come tra la forza lavoro della Fiat, un pilastro dell’economia italiana, sembrò mancare un sentimento diffuso di sdegno e condanna.
La mobilitazione, concretizzata in uno sciopero, fu esigua e le dichiarazioni rilasciate ad alcuni giornalisti rivelarono un distacco preoccupante.
Frasi come “se gli hanno sparato, vuol dire che qualcosa ha fatto” divennero un retaggio di quel periodo, un sintomo di una certa forma di giustificazione, o almeno di comprensione ambigua, verso la violenza rivoluzionaria.
Questa frase, apparentemente semplice, racchiude in sé una lettura problematica della responsabilità e della giustizia.
Implicitamente suggerisce che la vittima, Casalegno, avesse, in qualche modo, provocato la propria fine.
Tale approccio, lungi dall’essere una semplice opinione isolata, rivela una profonda frattura nella società italiana dell’epoca, dove la lotta politica e l’impegno civile erano percepiti in maniera distorta e polarizzata.
L’episodio non si limita a rappresentare la perdita di una figura professionale, ma incarna la fragilità dei principi democratici e la pericolosità di una cultura che, purtroppo, a volte può legittimare la violenza come strumento di cambiamento.
La riflessione di Berardi ci invita a non dimenticare questa eredità oscura e a vigilare costantemente per evitare che simili episodi si ripetano, promuovendo una cultura di rispetto, tolleranza e condanna inequivocabile di ogni forma di terrorismo e di violenza.
L’amnesia storica, in questo caso, sarebbe un errore imperdonabile, un tradimento nei confronti di Carlo Casalegno e di tutte le vittime del terrorismo.






