L’atmosfera che permeava il Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Torino, comunemente noto come “Ospedaletto”, evocava in maniera inquietante le sensazioni provocate da un obsoleto giardino zoologico.
Questa impressione, desunta da un’esperienza diretta e documentata, è stata condivisa oggi da Mauro Palma, Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti dal 2016 al 2024, durante la sua testimonianza nel Palazzo di Giustizia di Torino, nell’ambito del processo per la tragica scomparsa di Moussa Balde.
Il giovane migrante, vittima del suicidio nel 2021, aveva trascorso un periodo all’interno di questa struttura, un microcosmo di marginalità e vulnerabilità.
La similitudine con un giardino zoologico, formalizzata in una relazione datata 2018, non è mera retorica.
Essa riflette la percezione di un ambiente spersonalizzato, privo di elementi che favorissero il benessere psicologico e l’integrazione, un luogo dove l’individuo veniva relegato a mero oggetto di controllo e gestione.
Palma ha successivamente descritto la situazione del CPR di Torino come la più critica riscontrabile in tutta Europa, un giudizio severo che sottolinea una grave carenza strutturale e operativa.
Il processo in corso, che vede imputate la direttrice dell’epoca e un medico, si concentra sulla presunta omissione di adeguate misure di sorveglianza sanitaria, elementi cruciali per la tutela della vita e della dignità dei soggetti ospiti.
La vicenda di Moussa Balde, dunque, si configura come un tassello di un quadro più ampio, un campanello d’allarme che denuncia le criticità intrinseche ai CPR e la necessità di un ripensamento radicale del sistema di accoglienza e gestione dei migranti in stato di privazione di libertà.
La testimonianza di Palma non si limita a ricostruire i fatti relativi alla morte di Moussa Balde.
Essa si pone come un’occasione per riflettere sul ruolo del sistema penale e amministrativo nella tutela dei diritti umani, un’esortazione a garantire che strutture come l’Ospedaletto non diventino luoghi di sofferenza e disperazione, ma spazi di accoglienza, assistenza e reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali e le convenzioni internazionali.
Il processo, in definitiva, rappresenta un momento cruciale per la giustizia, ma anche per la coscienza civile, un’opportunità per promuovere un approccio più umano e rispettoso della dignità di ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine o condizione giuridica.

