Il 2007 segna un punto di non ritorno: da allora, la perdita di vite umane sul luogo di lavoro non solo persiste, ma si acuisce.
Le statistiche parlano chiaro: una media di quattro decessi giornalieri, un amaro bilancio che si traduce in un numero agghiacciante di 1.276 vittime nel solo 2025, accompagnato da centinaia di migliaia di infortuni e patologie professionali che segnano indelebilmente la vita dei lavoratori.
Questo scenario non è frutto del destino o di una serie di sfortunate coincidenze.
È la diretta conseguenza di un modello economico capitalista che, in nome del profitto e dell’efficienza, sacrifica la sicurezza e il benessere dei lavoratori.
La dilagante precarietà contrattuale, l’esternalizzazione selvaggia di servizi essenziali e la frammentazione delle responsabilità, specialmente nel settore pubblico, hanno eroso i livelli di protezione e sicurezza, trasformando il lavoro in una trappola mortale.
Le fasce più vulnerabili della popolazione subiscono con particolare intensità questa tragica realtà: anziani costretti a rimandare l’età pensionabile, giovani privi di tutele, migranti spesso relegati in condizioni di lavoro marginali e precarie, e persino giovanissimi studenti, vittime di un sistema di alternanza scuola-lavoro mal progettato e scarsamente supervisionato.
La loro morte non è altro che una silenziosa guerra, dove la vita umana è svalutata e ridotta a mero fattore di produzione.
Le organizzazioni sindacali e i movimenti sociali – Cub, Usb, Si Cobas, Le radici del sindacato alternativa Cgil, Medicina democratica, Lavoro e salute, Sinistra anticapitalista, Partito comunista dei lavoratori, Partito rifondazione comunista, Partito comunista italiano e Potere al popolo – denunciano questa situazione con fermezza, richiedendo un cambio radicale di paradigma.
Non si tratta di semplici misure correttive, ma di una profonda revisione delle politiche economiche e del sistema giuridico.
È imperativo definire in modo chiaro e inequivocabile le responsabilità di datori di lavoro e appaltatori, introducendo un reato specifico di omicidio sul lavoro che punisca severamente le negligenze e le violazioni delle norme sulla sicurezza.
Ma la risposta non può limitarsi al pugno di ferro.
È necessario investire massicciamente in formazione, prevenzione, controllo e vigilanza, garantendo la partecipazione attiva dei lavoratori e delle loro rappresentanze nella definizione e nell’applicazione delle misure di sicurezza.
Inoltre, è fondamentale affrontare le cause strutturali che alimentano la precarietà e l’insicurezza: la depauperazione del welfare state, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la pressione sui costi che spinge le aziende a tagliare i costi della sicurezza.
Solo attraverso un approccio integrato e multidisciplinare sarà possibile spezzare questa spirale di violenza e restituire dignità e sicurezza al lavoro.
La vita dei lavoratori non può essere un mero sacrificio sull’altare del profitto.







