La recente iniziativa di un gruppo di cittadini, volto a richiedere un referendum abrogativo sulla legge costituzionale relativa alla separazione delle carriere giudiziarie, solleva interrogativi complessi e rivela una strategia che, a detta di alcuni osservatori giuridici, appaia giuridicamente discutibile e tatticamente opaca.
L’obiettivo dichiarato, un differimento della consultazione referendaria, cela secondo molti, una volontà di manipolazione del processo democratico e di introduzione di un quesito alternativo a quello formalmente proposto dal governo.
L’avvocato Mauro Anetrini, figura di spicco tra i promotori del comitato “Separare le carriere: perché Sì”, descrive l’azione come un “gioco delle tre carte”, o, nella migliore delle ipotesi, come un “errore giuridico di notevole portata”.
La motivazione risiede nell’interpretazione dell’articolo 138 della Costituzione, che disciplina le modalità di indizione del referendum abrogativo.
La norma, redatta dai padri costituenti – figure a cui i proponenti della richiesta referendaria appaiono lontani per sensibilità e visione – prevede diverse condizioni che possono innescare la consultazione popolare.
L’uso della congiunzione disgiuntiva “o” indica chiaramente che queste condizioni sono alternative e mutuamente esclusive.
La richiesta di un quinto dei membri di un ramo del Parlamento, come nel caso presente, rappresenta una di queste condizioni, che, una volta verificata, rende d’obbligo l’indizione del referendum.
Tentare di eludere questa procedura attraverso una richiesta referendaria concorrente, sostenendo un diritto costituzionale autonomo, appare un’inversione artificiosa del sistema originariamente concepito.
L’iniziativa, a detta di Anetrini, si configura come un tentativo “inutile e oneroso” di procrastinare l’espressione della volontà popolare.
Si tratta, implicitamente, di una critica all’approccio tattico dei proponenti, accusati di ricorrere a stratagemmi legali per evitare il confronto diretto con l’elettorato.
La strategia sembra suggerire una mancanza di fiducia nella legittimità della riforma e un tentativo di influenzare l’esito della consultazione attraverso un’azione di disturbo.
La vicenda preannuncia probabilmente una battaglia legale, con la possibilità di un intervento della Corte Costituzionale per dirimere la questione interpretativa.
Tuttavia, Anetrini si mostra fiducioso: “Di certo, ci vediamo al referendum”.
La sua affermazione esprime un desiderio di trasparenza e di rispetto del processo democratico, auspicando che la volontà popolare possa esprimersi liberamente e senza artifici.
La vicenda, al di là delle sue implicazioni giuridiche, solleva una riflessione più ampia sulla necessità di preservare l’integrità del processo democratico e di garantire che la voce del popolo sia ascoltata senza distorsioni o manipolazioni.







