All’interno di un panorama forense prevalentemente orientato verso l’approvazione della riforma che auspica la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, emerge a Torino una voce dissonante, rappresentata da “Agorà”, un periodico gratuito destinato agli addetti ai lavori, promosso dall’avvocato penalista Tom Servetto.
La pubblicazione, distribuita nel Palazzo di Giustizia, si erge a baluardo di un “No” argomentato, sollevando un acceso dibattito nel mondo giudiziario torinese e suscitando reazioni a più voci su stampa e piattaforme digitali.
“Agorà” si distingue per l’approfondimento delle tematiche giuridiche, spaziando dal diritto penale al civile, ma riservando sempre uno sguardo critico all’evoluzione del sistema giudiziario italiano.
L’articolo di Servetto, pubblicato nel numero di dicembre, scava nel cuore della riforma, denunciandone la natura demagogica e la scarsa sostanza.
L’avvocato contesta la narrazione che la separazione delle carriere rappresenti una panacea per i mali della giustizia, ritenendo che i presupposti addotti siano di matrice ideologica, manipolando il malcontento popolare senza affrontare le vere problematiche strutturali.
Servetto sostiene che la riforma rischia di essere una forzatura ideologica priva di fondamento pratico.
Il suo ragionamento si sviluppa attorno al dato delle assoluzioni, che, a suo avviso, dimostrerebbe l’efficacia del sistema attuale.
L’argomentazione si estende poi a un’analisi più ampia del ruolo dell’avvocato, figura che, pur condividendo la stessa formazione e spesso legata da rapporti di amicizia con i magistrati, si muove con determinazione nella difesa degli interessi del proprio cliente.
Si pone quindi una domanda retorica: perché i magistrati dovrebbero essere soggetti a regole diverse?La critica di Servetto non si limita alla separazione delle carriere, ma si estende anche alla proposta di sorteggio dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
L’avvocato respinge l’idea che il sorteggio possa effettivamente smantellare le correnti interne alla magistratura, prevedendo che i nuovi membri, una volta sorteggiati, si riconformeranno nelle tradizionali aggregazioni ideologiche.
Questa previsione alimenta il sospetto che l’obiettivo reale della riforma non sia quello di depurare il CSM da logiche correntizie, bensì quello di escludere figure di magistrati riconosciute e apprezzate, sottraendole alla possibilità di influenzare le decisioni che riguardano l’amministrazione della giustizia.
L’ipotesi, velata di critica, suggerisce una volontà di limitare il potere di giudizi autonomi e indipendenti all’interno del sistema giudiziario.

