Questa mattina, Torino è stata teatro di un’azione di dissenso radicale da parte di Extinction Rebellion, che ha interrotto l’accesso all’Oval Lingotto, sede dell’Aerospace and Defence Meetings, un evento di primaria importanza per il settore aerospaziale e della difesa italiana.
L’azione, ben più di una semplice manifestazione, si configura come una denuncia puntuale e mirata al nodo cruciale dell’intersezione tra industria bellica, crisi climatica e responsabilità politica.
Un gruppo di circa trenta attivisti ha reso impraticabile l’accesso all’Oval, incatenandosi agli ingressi in una dimostrazione di determinazione e di resistenza civile.
Parallelamente, un’azione simbolica e performativa ha visto tre manifestanti scalare una struttura retrostante il Palazzo della Regione, esponendo uno striscione che denunciva esplicitamente il finanziamento di guerre e l’aggravamento della crisi climatica, due facce della stessa medaglia.
Un ulteriore striscione, affisso sui cancelli, proclamava: “Difendere la terra non ha confini,” un richiamo alla natura transnazionale della sfida ambientale e alla necessità di una risposta globale e solidale.
L’azione di Extinction Rebellion non si limita alla contestazione di un evento, ma ne mette a nudo le implicazioni sistemiche.
Il movimento esprime una profonda critica nei confronti del ruolo delle aziende presenti alla fiera, accusate di essere attivamente coinvolte in conflitti globali, e condanna il sostegno finanziario e politico fornito dal Governo, dalla Regione e dal Comune di Torino.
Questa condanna si radica in una prospettiva etica che mette in discussione la compatibilità tra tali investimenti e i principi costituzionali di tutela della vita e del bene comune.
L’azione, pur con la regolarità con cui i lavori all’interno dell’Oval sono proseguiti, rappresenta un atto di disobbedienza civile volto a scuotere le coscienze e a sollecitare un cambio di paradigma.
Pietro, portavoce di Extinction Rebellion, ha sottolineato l’immoralità dell’evento, evidenziando come i profitti e gli investimenti del settore bellico siano direttamente collegati alla perdita di vite umane e alla devastazione ambientale.
Rachele, un’altra attivista, ha amplificato il messaggio, sottolineando l’urgenza del momento e l’eredità che le scelte odierne lasceranno alle generazioni future.
La richiesta non è solo una riduzione degli investimenti militari, ma una transizione radicale verso un futuro fondato sulla pace, sulla giustizia climatica e sulla giustizia sociale.
Questo implica una ridefinizione delle priorità, spostando l’attenzione dalla militarizzazione alla sostenibilità, dalla competizione alla collaborazione.
La presenza della Digos testimonia la sensibilità delle autorità verso un’azione che, al di là del disagio temporaneo, solleva interrogativi fondamentali sulla direzione etica e politica del Paese, costringendo a una riflessione più ampia sul rapporto tra progresso economico, sicurezza nazionale e tutela del pianeta.
L’azione di Extinction Rebellion si configura, quindi, non come un atto di vandalismo, ma come un grido di allarme e un invito all’azione, un appello a riscrivere il futuro dell’umanità.

