Un’ondata di violenza verbale, una tempesta di odio digitale, si è abbattuta sul profilo social di Giovanni Zippo, il quarantenne guardia giurata al centro di un’indagine che lo vede sospeso per il tragico crollo di una palazzina in via Nizza a Torino. La scomparsa di Jacopo Peretti, trentatreenne, ha innescato un’esplosione di dolore e rabbia che si manifesta in una spirale di insulti e minacce, riflettendo il profondo trauma collettivo provocato dalla catastrofe.Le parole, iniettate di disperazione e sete di giustizia, trascendono la mera accusa, configurando una forma di linciaggio mediatico. “Hai tolto un pezzo di cuore a chi ti amava,” scrive un utente, esprimendo non solo la perdita personale, ma il vuoto lasciato dalla fine prematura di una vita. Altri commenti, di inaudita ferocia, si proiettano in scenari di vendetta, alimentati da un senso di ingiustizia palpabile. La frase “Sei un morto che cammina” evoca un destino segnato, un’esistenza condannata, mentre l’augurio di una “vita piena di sofferenze” rivela una volontà di perpetrare, simbolicamente, la stessa angoscia provata dalla comunità.Il riferimento a Mazzè, città natale di Peretti, assume una valenza quasi collettiva, trasmettendo il peso del lutto che investe un intero territorio. L’identità di Zippo, privato del suo nome e ridotto a un mero imputato, viene cancellata da un’ondata di epiteti dispregiativi, amplificati dalla platea virtuale. L’uso di termini come “assassino”, “idiota”, “stupido” e “egoista” denota una perdita di controllo, una regressione a forme di espressione primordiali, in cui la ragione cede il passo all’istinto di rivalsa.Persino i tentativi di clemenza, di comprensione, di umanità, si rivelano inefficaci, sommerse dal maremoto di risentimento. Erica, a esempio, esprime un desiderio di sofferenza per Zippo che va oltre la semplice richiesta di punizione legale, suggerendo una volontà di infliggergli un tormento interiore proporzionato al dolore causato. Patrizia, con un cinismo amaro, banalizza la presunta relazione sentimentale interrotta, minimizzando la vita e le motivazioni dell’individuo in un tentativo distorto di giustificare l’azione che lo ha portato in carcere.L’evento, amplificato dalla rete, solleva interrogativi profondi sul ruolo dei social media come amplificatori di rabbia collettiva, sulla fragilità della giustizia popolare e sulla necessità di distinguere, con rigore, il diritto di esprimere il dolore dalla necessità di evitare forme di violenza verbale che possono compromettere la presunzione di innocenza e contribuire a un clima di intolleranza generalizzata. L’eco di questa vicenda risuona come monito, evidenziando la responsabilità che grava su ciascuno di noi nell’utilizzo degli strumenti digitali e la necessità di promuovere una cultura del rispetto e della comprensione, anche di fronte alla più profonda sofferenza.
Torino, Inferno Social: Zippo sommerso da odio e minacce
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