A Candia Canavese, una comunità nota per la sua storia e il suo tessuto sociale coeso, si è verificato un episodio allarmante che scuote le fondamenta della convivenza civile.
Una famiglia di origine musulmana, profondamente radicata nel territorio da tre decenni e riconosciuta per il suo contributo positivo, è stata oggetto di un atto di intimidazione e odio, materializzato in una missiva anonima carica di virulenza e intolleranza.
La famiglia, in segno di solidarietà umana verso le vittime del conflitto israelo-palestinese, aveva manifestato il proprio sostegno esponendo una bandiera palestinese.
Il contenuto della lettera, spedita con regolare corrispondenza, rivela un linguaggio aggressivo e denigratorio, che oltrepassa i limiti del dissenso e si configura come una vera e propria aggressione verbale.
La missiva, intrisa di pregiudizi e propaganda bellica, non solo insulta la fede della famiglia, ma adotta un tono minaccioso, evocando un presunto giudizio divino e prospettando atti di violenza e distruzione.
L’accostamento a eventi tragici come l’attacco del 7 ottobre, utilizzato per alimentare l’odio e la paura, amplifica la gravità del gesto e la sua carica intimidatoria.
Le figlie della famiglia, cittadine italiane nate e cresciute nel paese, hanno prontamente espresso la loro condanna verso ogni forma di violenza e conflitto armato, ribadendo il profondo legame con il territorio e l’Italia, percepita come la loro casa.
La loro posizione chiarisce l’intento pacifico e umanitario dietro l’esposizione della bandiera, un atto di compassione e vicinanza verso chi soffre.
L’episodio è stato immediatamente denunciato alle autorità competenti, un atto di coraggio che permette l’avvio di un’indagine volta a identificare e perseguire il responsabile.
Il Sindaco di Candia Canavese, Mario Carlo Mottino, ha rilasciato una dichiarazione forte e inequivocabile, esprimendo profonda vergogna per un gesto che mette in discussione i valori fondamentali della comunità.
Il Sindaco ha sottolineato l’integrazione e l’irpeccabile condotta della famiglia, evidenziando la necessità di contrastare con fermezza il dilagare di atteggiamenti razzisti e intolleranti.
La sua esperienza personale con episodi simili rafforza la raccomandazione di denunciare tali atti come unico strumento per tutelare la legalità e la convivenza pacifica.
L’azione compiuta costituisce una violazione di diverse norme giuridiche.
L’invio di minacce, la diffamazione basata sull’etnia o la religione, e la potenziale propaganda incitatoria a delinquere per motivi discriminatori, configurano reati perseguibili ai sensi del Codice Penale e di leggi speciali come la Legge Mancino e la Legge Reale.
Questo tragico evento non è un caso isolato, ma riflette un’emergenza più ampia: la polarizzazione sociale esacerbata dalla complessa situazione geopolitica in Medio Oriente.
Le tensioni internazionali, purtroppo, si riversano sul territorio, alimentando sentimenti di paura, intolleranza e ostilità nei confronti di persone che, come la famiglia di Candia Canavese, incarnano i valori dell’integrazione e della convivenza multiculturale.
L’episodio è un monito per tutti, un appello alla responsabilità civile e alla necessità di promuovere un clima di dialogo, rispetto e solidarietà, per contrastare l’odio e difendere i principi democratici.
La risposta della comunità, l’indignazione e il sostegno alla famiglia offesa, sono fondamentali per riaffermare il primato della legalità e dei valori di umanità e accoglienza.








