L’aria a Chivasso è pesante, satura di un silenzio complice che avvolge un fenomeno preoccupante: la progressiva infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico locale.
La risposta più comune alle domande che si pongono di fronte a questa realtà è un ritornello di rassegnazione: «Non è di nostra competenza», «Non possiamo intervenire», «Sarà compito di…».
Un meccanismo di scarico di responsabilità che, tuttavia, non può più essere tollerato.
Negli ultimi anni, e con un’accelerazione significativa, attività commerciali di ogni genere – dalle caffetterie ai negozi di abbigliamento, dai ristoranti alle imprese di servizi – sono state oggetto di acquisizioni sospette.
Imprenditori consolidati, spesso a fronte di condizioni economiche quantomeno irrisorie, cedono le loro attività a soggetti con un passato oscuro, spesso legati, a livello familiare, a organizzazioni criminali.
Non si tratta di una conquista territoriale alla Nicola Gratteri, come a Milano, dove la ‘ndrangheta controlla apertamente la scena notturna.
Eppure, un filo rosso, sottile ma persistente, si rivela attraverso i numerosi e repentini cambi di gestione che hanno caratterizzato molti locali negli ultimi anni.
Dietro queste operazioni, non sembra esserci l’obiettivo primario di generare profitto, bensì quello di riciclare capitali illeciti, di “ripulire” denaro proveniente da attività criminali.
Giovani, attratti dalla promessa di un facile guadagno, si ritrovano intrappolati in dinamiche estorsive, vincolati a contratti vessatori che li spingono verso debiti insostenibili nei confronti di soggetti tutt’altro che “innocenti”.
Si crea un circolo vizioso che depriva il tessuto sociale di risorse umane e contribuisce a un clima di paura e sfiducia.
La politica, custode del bene comune, non può più permettersi l’inerzia.
L’alibi del “non leggiamo le carte” non è più accettabile.
Le inchieste, già numerose a partire dal 2011, hanno dipinto un quadro allarmante di una criminalità sempre più audace, capace di proiettare la propria immagine attraverso attività commerciali in apparenza legali.
La frequente scarsità di clientela, un sintomo evidente della reale sostenibilità economica di queste attività, non deve far dimenticare la gravità del fenomeno.
Come affermava lo stesso Procuratore Gratteri, la consapevolezza civica e la responsabilità individuale sono strumenti fondamentali per contrastare questa deriva.
La scelta di non frequentare attività sospette, anche solo per un aperitivo, è un atto di resistenza, un segnale forte nei confronti della criminalità.
È necessario un cambio di paradigma: un impegno concreto da parte delle istituzioni, un rafforzamento dei controlli, una maggiore trasparenza negli affari e, soprattutto, una ripresa della coscienza civile, che spinga ogni cittadino a denunciare ogni comportamento sospetto, a non rimanere indifferente di fronte all’illegalità.
Solo così si potrà spezzare la catena della rassegnazione e restituire a Chivasso un futuro più sicuro e prospero.
Il silenzio, in questo contesto, è complice.

