La scomparsa di Mark Mariut, giovane studente tragicamente falciato mentre si recava a scuola a Chivasso, ha scosso profondamente il tessuto sociale della comunità, riaprendo una ferita persistente: l’inadeguatezza e la pericolosità delle infrastrutture stradali che costellano il territorio.
Un lutto che va oltre il dolore personale della famiglia, elevandosi a simbolo di una negligenza strutturale che mette a rischio la sicurezza dei cittadini.
La vicenda, purtroppo, non è un evento isolato.
Il ricordo vivido di altre tragedie simili, come quella avvenuta vent’anni fa a Monteu da Po, riemerge con forza, alimentando un sentimento di rabbia e frustrazione.
La SP590, e con essa l’intera rete stradale provinciale, si rivela un corridoio ad alto rischio, dove la fretta e la massimizzazione del traffico hanno soverchiato la tutela della vita umana.
L’amministrazione comunale di Albugnano, paese di residenza del giovane, ha espresso il suo cordoglio, sottolineando l’incommensurabile perdita e l’impatto devastante su tutta la comunità.
Un cordoglio che, tuttavia, non basta a lenire il dolore né a rispondere alle legittime domande che sorgono dalla tragicità dell’evento.
Le parole dell’ex deputata Jessica Costanzo, che denunciano una priorità distorta verso l’incremento delle entrate fiscali attraverso l’installazione di autovelox e telecamere a rilevamento automatico, anziché investire nella sicurezza stradale, amplificano un disagio diffuso.
L’amara constatazione è che le risorse finanziarie, quando disponibili, vengono spesso indirizzate verso obiettivi impropri, a discapito della protezione dei pedoni e dei ciclisti.
La discussione non si limita a una mera questione di responsabilità politica, ma tocca aspetti più profondi legati alla pianificazione urbana e alla progettazione delle infrastrutture.
L’idea che una strada possa essere considerata “sicura” con soli dieci centimetri di spazio tra le auto e la scarpata è un’aberrazione che mette a rischio la vita di chi, per necessità o per scelta, si muove a piedi o in bicicletta.
È imprescindibile superare la logica del “centro abitato” come confine invalicabile per l’applicazione di misure di sicurezza stradale.
Laddove si concentrano densità abitative significative, anche al di fuori dei nuclei urbani ufficialmente riconosciuti, è doveroso intervenire con urgenza, realizzando marciapiedi, piste ciclabili e attraversamenti pedonali protetti.
La morte di Mark Mariut non può essere vanificata in un rituale di condoglianze e promesse vaghe.
È necessario un cambio di paradigma radicale, che ponga la tutela della vita umana al centro di ogni decisione politica e progettuale.
Un impegno concreto, misurabile e tempestivo, volto a rendere le strade più sicure, non solo per Mark, ma per tutti i cittadini.
La memoria di Mark Mariut ci impone questa responsabilità.

