L’incendio divampato nella notte di Capodanno nel carcere di Udine, con il suo denso velo di fumo acre e la drammaticità delle fiamme, solleva un campanello d’allarme cruciale per l’intero sistema penitenziario italiano.
L’episodio, che ha visto coinvolto un detenuto straniero affetto da disturbi psichiatrici e noto per precedenti comportamenti aggressivi, non è un evento isolato, bensì la tragica manifestazione di una crisi sistemica più ampia.
Il Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), Donato Capece, stigmatizza con forza questa escalation di violenza, evidenziando come la crescente prevalenza di detenuti con problematiche psichiatriche complesse stia erodendo irrimediabilmente la sicurezza all’interno degli istituti penali.
La situazione è resa ancora più critica dall’esaurimento del personale di Polizia Penitenziaria, costantemente esposto a aggressioni fisiche e verbali, un fardello che incide profondamente sulla loro salute psico-fisica e sulla loro capacità di garantire un ambiente sicuro per tutti.
L’incendio di Udine rappresenta il prodotto di una combinazione pericolosa di fattori, tra cui la carenza strutturale di risorse dedicate alla gestione dei detenuti con disturbi mentali e le conseguenze, pesanti e tangibili, della dismissione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.
P.
G.
).
La chiusura di queste strutture, pur motivata da un’ottica di deistituzionalizzazione, ha lasciato un vuoto nella rete di supporto psichiatrico, riversando un numero sempre maggiore di pazienti con necessità complesse all’interno delle carceri, luoghi intrinsecamente inadatti a fornire un’assistenza adeguata.
Il Sappe interviene con forza, rivolgendosi al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (DAP) con un’istanza di intervento immediato e radicale.
Non si tratta di semplici misure palliative, bensì di una revisione profonda delle strategie di gestione della popolazione detenuta, che includa un aumento significativo del personale specializzato in psichiatria forense, la creazione di percorsi di presa in carico personalizzati e il potenziamento dei programmi di riabilitazione.
La designazione del carcere di Udine come “smistamento” per i detenuti più problematici, in un contesto già segnato da gravi carenze di organico, è una scelta inaccettabile che mette a rischio la sicurezza del personale e la vivibilità dell’istituto.
Il Sappe, esprimendo la propria vicinanza e solidarietà ai poliziotti penitenziari friulani, ribadisce la necessità di un cambio di paradigma, che ponga al centro il benessere dei detenuti, la sicurezza del personale e il rispetto dei diritti umani, evitando che le carceri diventino veri e propri “pozzi di violenza” dove le fragilità individuali si trasformano in minacce collettive.
La questione non è solo un problema di ordine pubblico, ma una sfida etica e sociale che richiede un impegno concreto da parte di tutte le istituzioni coinvolte.

