Il profilo di Marin Jelenic, il 36enne croato ora in custodia con l’accusa di aver tragicamente tolto la vita al capotreno Alessandro Ambrosio, si arricchisce di un episodio inquietante, risalente al 18 ottobre, che offre una finestra sulla sua dinamica comportamentale e sulla latente instabilità emotiva.
L’episodio, avvenuto in un supermercato di Udine, non si configura come un semplice atto di taccheggio, ma come una reazione dirompente e distruttiva, documentata dalle immagini delle telecamere di sorveglianza.
Secondo la testimonianza di Alfredo Vasto, titolare del supermercato, l’alterazione iniziò con un semplice tentativo di sottrarre alcune birre.
La scoperta da parte di un collega, che ha prontamente fatto notare l’accaduto e minacciato di chiamare i carabinieri, ha scatenato una spirale di violenza e comportamenti anomali.
Lontano dall’attenuarsi, la situazione è precipitata: Jelenic ha reagito con una rabbia apparentemente immotivata, consumando cioccolatini e disperdendo le confezioni, per poi scagliarsi contro gli espositori e, infine, devastare una bilancia e numerosi prodotti alimentari.
L’atteggiamento, inizialmente provocatorio e apparentemente disinvolto, ha lasciato il posto a un’esplosione di ira, culminata con l’aggressione a un collega e un atto di sfida nei confronti delle autorità.
La scelta di non sporgere denuncia, da parte del titolare del supermercato, rifletteva una percezione diffusa di impotenza di fronte a tali comportamenti, una realtà purtroppo radicata in contesti urbani dove furti e atti vandalici sono fenomeni ricorrenti.
La successiva ricomparsa di Jelenic nelle vicinanze del supermercato, poche ore dopo l’episodio, suggerisce una profonda difficoltà a gestire l’impulsività e una scarsa consapevolezza delle proprie azioni.
L’amara riflessione di Vasto, che ha espresso profondo sgomento per la morte del capotreno di Bologna, sottolinea un senso di precarietà e di vulnerabilità.
Il pensiero di poter essere lui stesso vittima di un atto di violenza simile, in un ambiente dove la sicurezza è costantemente minacciata, evidenzia le conseguenze psicologiche di un clima di insicurezza e l’urgenza di affrontare le cause profonde di tali fenomeni, che vanno ben oltre il singolo atto vandalico, riflettendo disagi sociali e individuali che richiedono un approccio multidisciplinare e mirato.
La vicenda Jelenic, quindi, si configura non solo come un caso di cronaca nera, ma come un campanello d’allarme per una riflessione più ampia sulla fragilità del tessuto sociale e sulla necessità di investire in prevenzione, supporto psicologico e strategie di inclusione.






