A distanza di un anno dalla perdita di Mattia Cossettini, il bambino di nove anni spentosi a Marsa Alam, la famiglia si trova a confrontarsi con un vuoto di certezze e un silenzio assordante, segnato dall’assenza di responsabilità assunte e dall’inerzia delle strutture coinvolte.
Il padre, profondamente provato, annuncia un’azione formale di contestazione, focalizzata sulle gravi lacune che hanno caratterizzato l’assistenza sanitaria, la gestione organizzativa e la comunicazione durante il tragico soggiorno turistico.
La ricostruzione degli eventi rivela una concatenazione di omissioni e ritardi che hanno contribuito in modo significativo al peggioramento delle condizioni del bambino.
Durante un’escursione in barca, Mattia è stato colpito da un improvviso e acuto malessere.
Contrariamente a quanto si sarebbe potuto ragionevolmente attendere in una situazione di emergenza, l’attività è proseguita senza interruzioni, negando al bambino un soccorso immediato.
Il trasferimento alla clinica del villaggio, cruciale in una situazione di urgenza, è stato procrastinato per diverse ore, senza l’attivazione di protocolli di emergenza standard.
L’ulteriore trasferimento all’ospedale governativo di Marsa Alam, come evidenziato dal padre, si è rivelato tardivo e inadeguato.
La struttura non era equipaggiata per affrontare un’emergenza neurologica pediatrica, soffrendo di carenze evidenti in termini di strumentazione specialistica, competenze mediche specifiche e procedure operative consolidate.
Si è trattato, in sostanza, di un sistema non pronto ad accogliere e gestire una situazione critica come quella che coinvolgeva Mattia.
Le perplessità della famiglia non si limitano alla gestione dell’emergenza, ma si estendono anche alla correttezza della diagnosi iniziale.
L’autopsia, eseguita in Italia e condotta con rigore scientifico, ha fornito un quadro clinico diametralmente opposto alle conclusioni formulate dai sanitari egiziani, sollevando interrogativi inquietanti sulla qualità e l’accuratezza delle valutazioni mediche iniziali.
Questa discrepanza sottolinea la necessità di una revisione approfondita dei processi diagnostici e delle procedure di controllo qualità.
Particolarmente criticata è stata la gestione della comunicazione a seguito del decesso.
La diffusione, da parte dell’ospedale di Marsa Alam, di un comunicato che riportava una presunta diagnosi di tumore cerebrale e polmonite batterica, si configura come un atto di disinformazione che ha leso profondamente la dignità del bambino e ha violato il diritto alla riservatezza della famiglia.
Un’azione del genere non solo ha aggravato il dolore già insopportabile dei genitori, ma ha anche generato un clima di diffidenza e sfiducia nei confronti delle istituzioni sanitarie.
Il padre sottolinea con amarezza che nessun risarcimento materiale potrà mai compensare la perdita irreparabile del figlio.
Tuttavia, la famiglia esprime la ferma volontà di ottenere impegni concreti e verificabili, finalizzati a prevenire il ripetersi di simili tragedie.
A un anno di distanza, la mancanza di progressi tangibili e la persistenza di criticità preesistenti, alimentano un profondo senso di frustrazione e di insoddisfazione.
L’auspicio è che si possa trasformare questo anniversario in un punto di svolta, segnando l’inizio di un percorso di responsabilizzazione e di miglioramento sistemico.







