L’eco di Kirill Serebrennikov, interrogato sulla capacità dell’umanità di trarre insegnamento dalle tenebre del nazismo, risuona come un’amara constatazione: “Ma dove viviamo, nel Medioevo?”.
La sua riflessione, formulata durante la presentazione del suo ultimo film su Josef Mengele, trascende la semplice critica cinematografica, configurandosi come un profondo interrogativo sul presente e sulla nostra presunta evoluzione.
La sua affermazione – l’umanità, in definitiva, “idiota” – non è un’espressione di rabbia sterile, bensì la logica conseguenza di un’osservazione lucida e dolorosa.
È la constatazione di un errore perpetuato, di una spirale di violenza che si ripropone con ciclicità disarmante.
In Russia, come altrove, si riscontrano retoriche che invocano l’obsolescenza del diritto e la riproposizione di modelli di risoluzione dei conflitti già ampiamente disprovati dalla Storia.
L’ombra del passato, lungi dall’essere svanita, si proietta minacciosa sul presente, alimentando incubi di distruzione di massa.
La visita al museo di Hiroshima, un luogo simbolo della barbarie e della potenza distruttiva dell’uomo, ha acuito il suo senso di sgomento.
Come può l’umanità, consapevole delle conseguenze devastanti che una guerra nucleare comporterebbe, continuare a contemplare scenari apocalittici? La domanda è un grido di allarme, un invito a una profonda introspezione.
Per Serebrennikov, la persistente illusione che la guerra possa risolvere questioni territoriali o politiche rivela un deficit di ragionevolezza, una forma di follia collettiva.
Implica una radicale incomprensione della complessità delle relazioni internazionali e una pericolosa svalutazione del dialogo, della diplomazia e del diritto internazionale – un sistema fragile ma essenziale per la convivenza pacifica.
La sua domanda, “Ma dove viviamo, nel Medioevo?”, non è una semplice retorica.
È un’accusa feroce contro una società che sembra incapace di emanciparsi dalle proprie pulsioni distruttive, un’ammonizione a riscoprire i valori della ragione, della tolleranza e del rispetto per la dignità umana.
È, in definitiva, un appello urgente alla responsabilità, affinché l’umanità possa finalmente spezzare il ciclo della violenza e costruire un futuro degno di questo nome.








