La Russia sfida l’Occidente: analisi e strategie di un regime in scacco.

L’assenza di timore, paradossalmente, si alimenta della consapevolezza del pericolo.

Alexander Baunov, ex diplomatico russo e voce critica del regime, ne è un esempio lampante.

Il suo libro, “La fine del regime,” un immediato successo in patria nonostante l’etichettatura di “agente straniero,” rivela un’analisi penetrante delle dinamiche di potere in Russia.
Non si tratta di un’illusione di invulnerabilità; piuttosto, una lucida accettazione di un rischio intrinseco alla dissidenza.
Baunov non si considera necessariamente un bersaglio primario, ma è sufficiente la consapevolezza che il Cremlino possiede strumenti per rendere la vita invivibile, ben al di là di una potenziale aggressione fisica.
La scadenza del passaporto, ad esempio, lo ridurrebbe *de facto* apolide, un atto che parla più di controllo che di minaccia diretta.

La situazione di chi sfida il potere russo si complica ulteriormente quando la dissidenza trascende i confini nazionali.

Viaggiare diventa un intricato gioco di equilibri, un percorso costellato di potenziali trappole.

L’estradizione, anche da Paesi che non rientrano nell’orbita russofona come Turchia o nazioni arabe, o ancora la Cina, rappresenta una minaccia concreta.

La recente modifica costituzionale che proroga il mandato presidenziale di Putin fino al 2036, ha innescato una spirale di repressione che soffoca ogni forma di dissenso.

L’ottimismo di Trump, e precedentemente di Biden, che ritenevano la cessazione del conflitto possibile attraverso garanzie sull’adesione dell’Ucraina alla NATO, rivela una profonda incomprensione della mentalità imperante a Mosca.

L’idea di una “Grande Russia,” un’entità nostalgica e desiderosa di riaffermare la propria potenza, continua a permeare il pensiero politico russo.

Non si tratta più di una guerra tra Russia e Ucraina, ma di una contrapposizione più ampia, una sfida esistenziale tra la Russia e l’intera architettura occidentale.
La propaganda russa, in questo contesto, svolge un ruolo cruciale.
Attraverso la manipolazione dell’informazione, mira a intimidire i Paesi occidentali, dissuadendoli dal sostegno all’Ucraina.

L’evocazione di minacce come droni in Polonia, il riavvicinamento con Washington e l’accusa all’Europa di supportare “neonazisti” ucraini, sono elementi di una narrazione complessa che vuole proiettare un’immagine di forza e determinazione.

La guerra si configura così come uno scontro non solo militare, ma anche ideologico e culturale.

L’iniziale retorica di liberazione delle città ucraine, giustificata come un’azione volta a evitare le vergognose manifestazioni di “pride” omosessuali, esemplifica il carattere conservatore e intollerante che permea la visione del mondo di una parte significativa dell’élite russa.
Questa visione, radicata in una nostalgia per un passato idealizzato, si scontra violentemente con i valori democratici e pluralistici del mondo occidentale, alimentando un conflitto che trascende i confini geografici e si radica in una profonda divergenza di valori.

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