La persistente esistenza di piattaforme online come Phica.
eu solleva interrogativi complessi e urgenti sul delicato equilibrio tra diritto all’immagine, libertà di espressione e responsabilità penale.
L’esperienza dell’avvocata riminese Jessica Valentini, interpellata da una sua cliente vittima di una violazione della propria immagine, illumina la difficoltà di perseguire penalmente i responsabili di un simile reato, in contrasto con la relativa facilità di rimuovere i contenuti stessi.
Il fulcro della questione risiede nella qualificazione giuridica delle immagini diffuse.
L’articolo 602-ter del codice penale, che punisce la diffusione di immagini a contenuto sessuale, rappresenta il riferimento normativo primario.
Tuttavia, la determinazione se un’immagine rientri in tale definizione è tutt’altro che automatica.
L’atto stesso di caricare un’immagine su una piattaforma come Phica.
eu, secondo l’avvocata, può conferirle una connotazione sessuale che in sé non possedeva originariamente, trasformando un potenziale atto di diffamazione in un reato più grave.
La stratificazione delle responsabilità è un ulteriore elemento di complicazione.
Mentre la rimozione dei contenuti è generalmente ottenibile attraverso canali più diretti, l’identificazione e il perseguimento dei responsabili – sia coloro che hanno acquisito le immagini, sia coloro che le hanno diffuse o gestiscono la piattaforma – si rivela un processo arduo.
La necessità di una querela da parte della persona offesa, in particolare per le donne “comuni” che si contrappongono alla maggiore risonanza mediatica delle celebrità, rappresenta una barriera significativa.
La natura spesso parziale delle immagini, che rende difficile stabilire con certezza l’intento sessualizzante, aggrava ulteriormente la situazione.
Valentini evidenzia come l’inerzia del sistema giudiziario, sebbene non intrinsecamente inefficace, si dimostri inadeguata a fronte di un fenomeno così radicato.
L’esistenza di Phica.
eu, attivo dal 2005 e con un’enorme community, prevalentemente maschile, testimonia una cultura della mercificazione e dell’oggettivazione sessuale che sfugge ai confini territoriali, grazie a gestori operanti all’estero.
L’ampiezza e la natura illecita della piattaforma, che include immagini scattate di nascosto, alcune che coinvolgono minorenni, e una sezione dedicata a Rimini Wellness, impongono un ripensamento profondo delle strategie di intervento.
L’avvocata suggerisce, quindi, un approccio che trascenda la mera applicazione del diritto penale.
È necessario un intervento culturale e politico che affronti le radici di una mentalità che permette la proliferazione di simili piattaforme e la normalizzazione di pratiche invasive e degradanti.
La questione non si limita alla protezione del diritto all’immagine, ma tocca la dignità umana e la necessità di promuovere una cultura del rispetto e della responsabilità digitale.
La denuncia di un caso come Phica.
eu non è solo una battaglia legale, ma un grido di allarme per una società che non può permettere che la tecnologia venga utilizzata per la violazione dei diritti fondamentali.