La vicenda di Maria Bruni, ottantenne originaria di Monteprandone, si configura come un esempio emblematico delle complesse dinamiche che spesso intersecano il diritto di famiglia, la tutela delle persone vulnerabili e le responsabilità istituzionali.
La situazione, innescata da un episodio di presunta negligenza da parte di un’assistente domiciliare in prova, ha portato a un ricorso legale presentato dalla figlia Fabiana Bruni, con implicazioni profonde per la vita della madre e per le riflessioni sul sistema di supporto agli anziani.
L’anziana, già affetta da patologie cardiache e con ridotta autonomia, è stata temporaneamente ricoverata in ospedale a seguito di un episodio di scompenso cardiaco con versamento pleurico.
In questa fase, la figlia Fabiana Bruni, residente a Roma, aveva espresso l’intenzione di assumerne le cure e di ospitarla nella propria abitazione.
Tuttavia, la decisione del Giudice Tutelare, in seguito a una richiesta avanzata dalla sorella di Fabiana, ha disposto il trasferimento della madre in una residenza protetta nell’Ascolano, sospendendo di fatto la possibilità per Fabiana di fornire assistenza diretta.
La richiesta di trasferimento in RSA, formulata dalla sorella, solleva interrogativi significativi sulla complessità delle relazioni familiari e sulla responsabilità individuale nel prendersi cura dei propri cari.
L’assegnazione della madre a una residenza protetta, pur mirando a garantirle sicurezza e assistenza, sembra aver generato un senso di isolamento e privazione della libertà di scelta, come evidenziato dalle testimonianze della figlia Fabiana.
Le limitazioni imposte agli orari di visita, con una rigidità che esclude le giornate festive e il sabato pomeriggio, appaiono particolarmente restrittive e contrastanti con il diritto al contatto familiare, un aspetto cruciale per il benessere psicologico dell’anziana.
La rigidità delle regole imposte dalla struttura protetta, apparentemente funzionali a una gestione efficiente, rischiano di compromettere la qualità della vita della residente e di alimentare un senso di frustrazione e abbandono.
Fabiana Bruni, con il suo ricorso al Tribunale di Ascoli Piceno, non mira solo a ripristinare il diritto di assistere la madre, ma vuole anche denunciare una problematica più ampia: la tendenza di un sistema burocratico a privilegiare procedure e protocolli a scapito della centralità della persona fragile.
La sua battaglia si configura come un appello a un approccio più umano e personalizzato nell’assistenza agli anziani, che tenga conto delle loro preferenze, dei loro legami affettivi e del loro diritto a una vita dignitosa.
La vicenda di Maria Bruni incarna la necessità di un profondo ripensamento del modello di cura, che metta al centro il rispetto della persona e la valorizzazione delle relazioni familiari, superando l’appiattimento su logiche gestionali.
Il ricorso legale rappresenta un tentativo di riaffermare la centralità della persona anziana e di sollecitare un cambiamento di paradigma nel sistema di supporto, affinché non si riduca a una mera esecuzione di protocolli, ma diventi un’autentica espressione di cura e di umanità.







