Il disegno di legge sui caregiver, approvato dal Consiglio dei Ministri e ora avviato con procedura d’urgenza al Parlamento, rappresenta un passo significativo verso il riconoscimento e il sostegno di figure cruciali per il sistema di welfare italiano, ma solleva anche interrogativi e limiti strutturali che ne complicano l’impatto reale.
L’iniziativa mira a fornire un contributo economico mensile, potenzialmente fino a 400 euro, a coloro che si dedicano all’assistenza di un familiare non autosufficiente, a condizione che convivano e prestino un’assistenza quotidiana di almeno 13 ore, accumulando oltre 91 ore settimanali.
Il requisito dell’ISEE, fissato a un limite di 15.000 euro annui, mira a garantire che il sostegno economico arrivi a chi ne ha maggiore necessità.
Tuttavia, l’approvazione, benché accolta con sollievo da molte associazioni di familiari e caregiver, non è priva di criticità.
La ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, ha espresso perplessità, sottolineando la necessità di una visione più ampia e strutturale del tema dell’assistenza non professionale.
Il limite di 400 euro, sebbene rappresenti un aiuto, rischia di essere insufficiente per coprire le spese legate all’assistenza stessa e, soprattutto, per compensare la perdita di reddito derivante dalla riduzione o dall’interruzione dell’attività lavorativa del caregiver.
Un aspetto fondamentale da considerare è la definizione stessa di “caregiver”.
Il disegno di legge, pur riconoscendo l’importanza di questa figura, non affronta in modo esaustivo le implicazioni psicologiche, emotive e sociali che derivano dall’assistenza prolungata di un familiare.
Il burnout, l’isolamento sociale, la difficoltà nel conciliare l’assistenza con le esigenze personali e familiari sono problematiche reali che richiedono un approccio multidisciplinare e un supporto specifico, che va oltre il mero sostegno economico.
Inoltre, il requisito della convivenza, sebbene volto a garantire una maggiore prossimità e immediatezza dell’assistenza, può rappresentare una barriera per coloro che, pur dedicandosi a tempo pieno all’assistenza di un familiare, non condividono la stessa abitazione.
Questo aspetto potrebbe escludere un numero significativo di caregiver che, pur svolgendo un ruolo cruciale, non rientrano nei criteri previsti dal disegno di legge.
Il futuro del provvedimento parlamentare dovrà affrontare queste sfide, ampliando la definizione di caregiver, prevedendo misure di sostegno psicologico e sociale, e rivedendo i criteri di accesso al contributo economico per garantire una maggiore inclusività e un reale impatto sul benessere di chi si dedica all’assistenza non professionale.
La sfida è trasformare questo primo passo in una politica strutturale e integrata, capace di riconoscere pienamente il valore inestimabile del lavoro di cura e di garantire ai caregiver le risorse necessarie per svolgere questo ruolo impegnativo e fondamentale per la società.





