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Cassazione: Svolta sulla corruzione, servono prove concrete.

La recente sentenza della Corte di Cassazione, depositata con le relative motivazioni, ha segnato una svolta significativa nelle indagini riguardanti presunte irregolarità nell’urbanistica e nella gestione del paesaggio, centrando l’attenzione sulla complessità di definire la corruzione in ambito pubblico e sulla necessità di una prova rigorosa e inequivocabile.
Il caso, originariamente incentrato sulle figure dell’architetto Alessandro Scandurra, membro della Commissione Paesaggio, e degli imprenditori Andrea Bezziccheri e Manfredi Catella, ha visto il Tribunale del Riesame confermare la revoca della custodia cautelare, decisione ribadita dalla Cassazione che ha rigettato il ricorso presentato dai pubblici ministeri milanesi.

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La sentenza non nega l’esistenza di un’interessata convergenza di interessi tra Scandurra e i committenti delle opere edilizie, evidenziando una potenziale situazione di conflitto d’interessi oggettivo.

Tuttavia, la Corte sottolinea con fermezza che la mera sussistenza di tale collegamento, per quanto rilevante in termini di potenziali problematiche etiche e di trasparenza, non è di per sé sufficiente a configurare il reato di corruzione.

La decisione della Cassazione si fonda su una rigorosa applicazione dei principi cardine del diritto penale, che impongono una prova completa e puntuale degli elementi costitutivi del reato.

In particolare, la Corte ha evidenziato come il Riesame, nel revocare gli arresti, abbia correttamente rilevato la mancanza di elementi probatori in grado di dimostrare l’esistenza di un vero e proprio *pactum scindendi* – un accordo corruttivo esplicito – volto a scambiare favori in cambio di indebite compensazioni economiche.
L’assenza di prove concrete relative alla corresponsione di una somma di denaro o di un beneficio illecito (l’atto corruttivo in sé) e la mancata dimostrazione di un atto contrario ai doveri di ufficio compiuto da Scandurra, in diretta conseguenza di un accordo corruttivo, si configurano come elementi essenziali mancanti per poter sostenere l’accusa di corruzione.

Parallelamente, la Corte ha accolto i ricorsi presentati dalle difese, annullando le misure interdittive precedentemente imposte a Giancarlo Tancredi, ex assessore alla Rigenerazione urbana, Giuseppe Marinoni, già presidente della Commissione, e Federico Pella, manager coinvolto nelle indagini.
Questa decisione sottolinea ulteriormente l’importanza di un’analisi accurata e bilanciata delle prove, evitando di basarsi su mere supposizioni o indizi deboli.

La sentenza della Cassazione, dunque, non solo risolve la specifica vicenda giudiziaria, ma offre anche un importante chiarimento di principio in materia di corruzione, ribadendo la necessità di prove rigorose e concrete per perseguire responsabilmente i presunti responsabili e preservare la credibilità del sistema giudiziario.
Il caso evidenzia la complessità di distinguere tra conflitto di interessi, che pur richiedendo interventi di regolamentazione e trasparenza, e la commissione del reato di corruzione, che presuppone l’esistenza di un accordo illecito e la sua concreta attuazione.

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