Controversia a Milano: residente sfida il Comune per un abuso edilizio

Nel cuore di Milano, lungo la storica via Carducci, si è innescata una disputa che solleva interrogativi cruciali sulla trasparenza e l’efficienza dell’amministrazione pubblica in materia di edilizia.

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Una residente, testimone diretta della costruzione di un imponente complesso residenziale, ha attivato un percorso giudiziario contro il Comune, denunciando una sospetta inerzia nell’espletamento di verifiche sulla legittimità dell’intervento.

La vicenda, emergendo nel contesto di indagini più ampie sull’urbanistica cittadina, illustra le dinamiche di controllo e responsabilità che intercorrono tra cittadini e pubblica amministrazione.

La residente, profondamente preoccupata per l’impatto del nuovo edificio, che si eleva per oltre 30 metri, ha formalmente richiesto al Comune di valutare la possibile abusività dei lavori.
La sua istanza, formulata in un momento in cui i lavori di demolizione e ricostruzione erano già in corso, si fondava su una crescente diffidenza nei confronti della correttezza del titolo edilizio rilasciato.

Il cuore della questione risiede nella modalità di approvazione dell’intervento: un procedimento basato su una SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), un’autocertificazione che bypassa il più rigoroso permesso di costruire.
Questa peculiarità ha scatenato un acceso dibattito, soprattutto alla luce di numerose indagini in atto che hanno messo in luce irregolarità nel settore dell’edilizia milanese.
Nonostante una prima comunicazione da parte del Comune, che annunciava l’avvio delle verifiche sulla regolarità del titolo edilizio, la richiesta di esito da parte della residente è rimasta inesaudita.

La mancata risposta, protrattasi per un periodo considerevole, ha spinto la donna a ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) della Lombardia, accusando l’amministrazione comunale di colpevole inerzia.

Il TAR ha accolto il ricorso, sottolineando l’obbligo dell’amministrazione di fornire una risposta formale e motivata all’istanza della cittadina.

I giudici hanno ordinato al Comune di concludere il procedimento entro un termine perentorio di 60 giorni, evidenziando l’importanza di garantire il diritto dei cittadini a ottenere informazioni chiare e tempestive sulle attività edilizie che interessano il loro territorio.
L’avvocato Bruno Bianchi, legale della residente, ha sottolineato l’importanza di questa sentenza come un monito per l’amministrazione pubblica, a tutela della legalità e della trasparenza.

La difesa del Comune ha argomentato che i lavori erano stati sospesi in attesa della decisione finale e che era stata garantita la messa in sicurezza del cantiere.

Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che queste misure non fossero sufficienti a compensare l’omissione nell’espletamento del procedimento di verifica richiesto dalla residente.
La sentenza ribadisce, in sostanza, che la sospensione dei lavori non elimina l’obbligo di fornire una risposta formale e motivata sulla legittimità dell’intervento edilizio.

La vicenda trascende la singola controversia, configurandosi come un caso emblematico che mette in luce la necessità di un controllo più rigoroso e trasparente nel settore dell’edilizia, a garanzia del diritto alla salute, alla sicurezza e alla qualità della vita dei cittadini.

L’episodio evidenzia, inoltre, l’importanza del ruolo attivo dei cittadini nel monitoraggio dell’operato delle istituzioni e nella tutela del bene comune.

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