L’esito della verifica condotta dalla Sezione di Controllo della Corte dei Conti solleva interrogativi profondi circa la legittimità e l’efficacia della struttura consortile ideata per la gestione integrata del servizio idrico nell’ambito dell’ATO 3 di Macerata.
La decisione, basata su un’analisi minuziosa di atti deliberativi e documentazione annessa, evidenzia come la società consortile si configuri non come un’entità autonoma e organica, bensì come un mero contenitore formale, all’interno del quale operano plurali soggetti, gestori o società partecipate dal settore pubblico, chiamati a svolgere la stessa funzione nello stesso territorio.
Questa frammentazione operativa, lungi dal semplificare il sistema, contrasta apertamente con le direttive legislative, compromettendo la coerenza della gestione delle partecipazioni pubbliche e ponendo serie criticità rispetto ai principi di buon andamento e sana gestione finanziaria.
La proliferazione di entità giuridiche, ciascuna con propri organi direttivi e amministrativi, configura un sistema intrinsecamente inefficiente, esposto a costi amministrativi eccessivi e a difficoltà di coordinamento.
Il Coordinamento Marchigiano dei Movimenti per l’Acqua Bene Comune, da tempo voce critica nei confronti di questa impostazione, sottolinea come la perpetuazione di un tale assetto, con i suoi otto presidenti, direttori e la miriade di amministratori e consulenti, rappresenti uno spreco inaccettabile di risorse pubbliche e un ostacolo alla piena realizzazione del diritto all’acqua come bene comune.
La struttura attuale, con la sua complessità e i suoi costi elevati, si rivela antitetica agli obiettivi di efficienza, economicità e trasparenza che dovrebbero guidare la gestione di un servizio essenziale come l’acqua.
Le ripetute segnalazioni, comunicazioni pubbliche e iniziative volte a promuovere una soluzione alternativa, purtroppo, non hanno trovato riscontro, rendendo l’esito della Corte dei Conti un’amara conferma delle preoccupazioni espresse.
La scadenza imminente delle attuali concessioni, fissata al 31 dicembre, rischia di precipitare il territorio in una fase di transizione pericolosa, aprendo la strada all’affidamento del servizio a grandi multiutility private.
Questa eventualità, lungi dal risolvere i problemi esistenti, potrebbe comportare una perdita di controllo sul territorio, la privatizzazione delle risorse idriche e l’esclusione di una gestione partecipata e orientata al bene comune.
È imperativo che gli amministratori coinvolti assumano immediatamente la responsabilità di prorogare i termini degli attuali affidamenti, concedendo il tempo necessario per la costituzione di un vero gestore unico, capace di internalizzare le competenze, riassorbire le maestranze esistenti e garantire una gestione efficiente, trasparente e orientata alla tutela del bene comune.
La priorità assoluta deve essere quella di superare la frammentazione esistente, promuovendo una struttura organica e partecipata, in grado di rispondere efficacemente alle esigenze del territorio e di garantire un accesso equo e sostenibile alle risorse idriche.
La sfida è complessa, ma il futuro dell’acqua e la salvaguardia del bene comune lo richiedono.








